Perché io mi ammalo e tu no? Differenze interindividuali nella risposta allo stress

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Dipendenze interdividuali

Nell’articolo di oggi cercheremo di capire cosa sono gli stressor e cosa ci porta ad essere più o meno resistenti alle situazioni stressanti. Vi sono, per l’appunto, una serie di caratteristiche che se presenti svolgono una funzione protettiva, se assenti o scarsamente sviluppate rappresentano fattori di vulnerabilità.

Gli stressor

Come già accennato nel precedente articolo, con tale termine alludiamo alle cause o ai fattori di stress, ovvero stimoli o eventi che comportano pressioni sull’individuo, producendo dei cambiamenti fisiologici. Essi possono essere:

  • Stimoli fisici (es. cambiamenti di temperatura o shock elettrico);
  • Stimoli biologici (es. riduzione dei livelli glicemici nel sangue);
  • Stimoli ambientali (es. rumore o traffico);
  • Stimoli psicosociali (es. esame o colloquio lavorativo).

Va sottolineato, tuttavia, come non si tratti solo di eventi negativi (es. perdita di una persona cara), ma anche quelli a cui diamo una connotazione positiva possono essere fattori stressanti, si pensi ad esempio al matrimonio, alla gravidanza, all’avanzamento di carriera, tutte situazioni nuove che richiedono un processo di adattamento. Va, inoltre, sottolineato come anche singole seccature quotidiane, ad esempio l’avere dei vicini rumorosi, possano, se ripetute nel tempo, comportare condizioni di malessere. Rimane da chiedersi, come mai alcuni più di altri subiscono gli effetti di specifici stressor?

Differenze interindividuali nella percezione degli eventi stressanti

Per essere fonte di stress l’evento che viviamo deve essere valutato come dannoso o pericoloso. In questo processo svolgono un ruolo di rilevanza la valutazione cognitiva dello stressor e le nostre caratteristiche di personalità.

Stress

Dal processo di valutazione cognitiva alle strategie di coping

Attraverso tale processo l’individuo attribuisce agli eventi un determinato significato connesso al proprio stato di benessere. Abbiamo due modalità di valutazione cognitiva:
• La valutazione primaria in cui il soggetto giudica una situazione in base alla posta in gioco e alla presenza di eventuali pericoli o minacce (es. è a rischio la mia salute fisica/mentale? O posso trarne vantaggi?);
• La valutazione secondaria in cui l’individuo giudica se può fare qualcosa e cosa per superare il problema, impedirlo o trarne vantaggi. Viene, quindi, fatto un bilancio tra risorse a disposizione e ciò che vogliamo ottenere o evitare (risultato valutazione primaria).

Nel momento in cui si arriva alla conclusione che la situazione è rischiosa e non si hanno sufficienti risorse per affrontarla, subentrano le reazioni di stress già discusse e vengono messi in atto una serie di meccanismi fisici, cognitivi ed emotivi, atti a fronteggiarla. Il soggetto userà delle strategie di coping che, laddove falliscono, lasciano lo spazio a condizioni di malessere. Ma che cos’è il coping? Si tratta di un concetto definito da Lazarus e Folkman con cui si fa riferimento proprio alle modalità con cui affrontiamo le situazioni stressanti, che potranno essere efficaci o meno a seconda dell’esito a cui conducono. Possiamo descrivere tre tipologie di coping:
Coping centrato sul problema: Si fonda su una valutazione positiva della situazione vissuta come problematica ma affrontabile. In sostanza il soggetto mette in atto un piano di azioni volto a gestire e risolvere il problema stesso attraverso le proprie risorse e abilità cognitive.
Coping centrato sulle emozioni: In questo caso ci si focalizza sulle emozioni che emergono dall’evento. Esso include due potenziali andamenti: il contenimento o riduzione delle emozioni negative e l’evitamento (rifiuto della situazione).
Coping centrato sul significato: Nei casi di patologie altamente ingravidanti e con un esito infausto (es. pazienti oncologici terminali), il soggetto deve adattarsi ad una prospettiva di progressivo peggioramento delle proprie condizioni fisiche a cui si associa una percezione di impotenza, fallimento e perdita di senso che porta ad uno stato di malessere esistenziale. In questi casi non emerge solo un processo di contenimento delle proprie emozioni ma una vera e propria ricerca di un nuovo significato. Ciò permette di ridefinire la rappresentazione della realtà, attribuire un senso alla propria condizione, porsi nuovi obiettivi e trovare le risorse motivazionali per perseguirli, seppur con aspettative di vita limitate.

Va sottolineato come nessuna di queste tipologie di coping sia da considerarsi del tutto funzionale ed efficace ma ciò dipende dalle circostanze vissute. Il coping centrato sulle emozioni, ad esempio, è utile nella gestione di situazioni scarsamente controllabili dall’individuo, in cui i tentativi di risolvere il problema attivamente hanno una bassa probabilità di successo (es. patologie degenerative). Occorre specificare, tuttavia, come l’evitamento sia disfunzionale in tutti i casi in quanto spinge il soggetto a non occuparsi né della soluzione del problema né della gestione attiva delle emozioni ad esso connesse.

Le caratteristiche di personalità

La nostra personalità contribuisce attivamente al processo di reazione allo stress, influenzando gli eventi di vita (ad es. spingendoci a cercare o meno situazioni potenzialmente stressanti), la valutazione cognitiva degli stessi, le strategie di coping messe in atto e gli esiti per la salute. Un esempio è quello del temperamento, ovvero l’insieme dei tratti di personalità relativamente stabili e di natura genetico-biologica che si manifestano a livello comportamentale fin dalla prima infanzia. Tale fattore si collega in particolare alla regolazione dei livelli di arousal (attivazione psicofisiologica) che svolge un ruolo rilevante nel processo di stress, essendo connesso allo stato di allerta da esso suscitato. In particolare Zuckerman ha introdotto il concetto di personalità alla ricerca di sensazioni forti (sensation seaking). Ognuno di noi avrebbe un proprio livello ottimale di attivazione psicofisiologica che cerca di mantenere regolando il livello di stimolazione. Coloro che hanno un elevato livello di attivazione ricercano eventi o situazioni a bassa stimolazione e vengono definiti low sensation seekers, mentre, al contrario, coloro che partono da un basso livello di attivazione preferiscono situazioni più stimolanti e vengono chiamati high sensation seekers. Ciò spiegherebbe perché alcune persone tendono a ricercare situazioni rischiose, praticando ad esempio sport estremi, mentre altre ad evitarle.

Stress

Risorse personali nella gestione dello stress

Ognuno di noi ha o può acquisire delle risorse che sono utili a fronteggiare gli eventi stressanti. Si tratta di potenziali punti di forza la cui assenza, tuttavia, può rappresentare un limite. D’altronde la valutazione di un evento è strettamente collegata alle caratteristiche individuali, si pensi a quelle personologiche appena descritte. Abbiamo tre tipologie di risorse su cui possiamo fare o meno affidamento: fisiche (es. salute ed energia); ambientali (es. denaro o sostegno sociale); psicologiche. Quest’ultime rimandano a diversi aspetti su cui è possibile lavorare all’interno di un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico. Cercherò di descriverne alcune, elencando quelle di maggiore rilevanza. Tra queste abbiamo:
• L’intelligenza emotiva: Essa include la capacità di percepire le proprie e altrui emozioni a livello verbale e non verbale (es. espressioni del volto); di utilizzarle per risolvere specifici problemi (ad esempio sostenere qualcuno attraverso l’empatia); di comprenderle, distinguerle in categorie, valutarne l’andamento, l’intensità nel tempo, le cause e le conseguenze; di gestire quelle proprie e altrui, regolandone l’espressione, l’intensità e l’influenza sul comportamento. L’intelligenza emotiva ha un ruolo rilevante nella regolazione e gestione delle emozioni scaturite da condizioni di difficoltà; nel promuovere e garantire un sostegno di fronte a situazioni problematiche; nell’uso di strategie di coping centrate sul contenimento emotivo.
Autostima e Autoefficacia: Bandura definì l’autoefficacia come “la competenza percepita dall’individuo in una data situazione”. Essa non corrisponde, però, alla percezione di capacità o abilità specifiche, ma è un costrutto più ampio che si riferisce alla globale competenza percepita dall’individuo nel gestire una situazione complessa, attraverso l’uso integrato di più capacità e risorse personali. L’autostima, invece, è un giudizio di valore su se stessi al di là dei singoli eventi di vita. Si tratta, quindi, di due elementi diversi. L’avere una buona autostima, infatti, non comporta necessariamente il sentirsi efficaci in relazione a quella determinata situazione. Tanto l’autostima quanto l’autoefficacia, però, sono importanti nel fronteggiamento delle condizioni di distress. Se, infatti, mi sento competente in quella specifica situazione il livello di stress vissuto si abbassa, e allo stesso modo se mi attribuisco un elevato valore personale, la condizione problematica da affrontare non compromette significativamente il mio stato emotivo. Tanto l’autoefficacia quanto l’autostima, inoltre, favoriscono la gestione di situazioni scarsamente controllabili, promuovendo strategie di coping funzionali.
Locus of Control: Tale costrutto indica la percezione del nostro controllo sugli eventi, ovvero quanto riteniamo che essi dipendano, nel bene e nel male, da noi o da cause esterne. Esso può essere interno laddove il soggetto attribuisce i successi e gli insuccessi alle proprie capacità e alla propria volontà; esterno, al contrario, quando le conseguenze positive o negative di un evento non sono percepite come direttamente connesse all’esercizio delle proprie capacità, ma vengono associate a fattori esterni imprevedibili e incontrollabili (es. sfortuna). Il locus of control è direttamente collegato all’autoefficacia. Quello interno, infatti, promuove la mobilitazione di competenze e abilità nel far fronte alla situazione, e favorisce l’uso di strategie di coping centrate sul problema. In questo caso abbiamo alti livelli di autoefficacia, in quanto il soggetto percepisce di avere competenze adeguate alla gestione della situazione. In quello esterno, invece, prevalgono le strategie di coping centrate sulle emozioni o sul significato in quanto la condizione vissuta non è ritenuta direttamente collegata a sé. Va sottolineato, quindi, come esso sia spesso associato a bassi livelli di autoefficacia in quanto comporta la percezione di un basso controllo della situazione.
• La resilienza: La resilienza esprime la capacità con cui il singolo è in grado di autoripararsi dopo un danno subito, di rialzarsi e superare le difficoltà in maniera flessibile, energica e ingegnosa. La persona resiliente riorganizza positivamente la propria vita nonostante si trovi di fronte a situazioni difficili dall’esito potenzialmente negativo. Non si tratta di un tratto acquisito e stabile della personalità ma di una competenza dinamica che può, quindi, essere appresa o rinforzata.
• Il senso di coerenza (SOC): Tale competenza permette di creare ordine e organizzazione nelle diverse situazioni della vita quotidiana, anche in quelle più complicate. La persona con un elevato senso di coerenza parte dal presupposto che gli eventi di vita siano comprensibili e gestibili attraverso l’investimento di risorse personali e ambientali, valutandoli, inoltre, come opportunità di crescita e sviluppo di competenze. Avere un buon senso di coerenza permette di percepire la propria vita come meno stressante, di migliorarne la qualità e abbassare i livelli di ansia. Il SOC è strettamente connesso al coping centrato sul significato e, di conseguenza, favorisce la gestione di situazioni altamente problematiche (es. patologie croniche ingravescenti).
Hardiness/forza d’animo: Si tratta di una risorsa che permette di vedere le condizioni stressogene come qualcosa di costruttivo e utile. Alla base di essa vi sarebbero tre componenti: la commitment, il control e il challenge. Con il primo elemento si intende l’impegno attivo di fronte alle situazioni della vita quotidiana, attraverso l’investimento di proprie competenze e risorse. Il secondo rappresenta la fiducia nelle proprie possibilità di controllare la condizione vissuta e i suoi esiti, sia direttamente che indirettamente. Infine, il terzo consiste nel vedere le difficoltà quotidiane come sfide e occasioni di crescita personale, piuttosto che come problemi. L’hardiness favorisce la motivazione ad affrontare attivamente gli eventi stressanti, sviluppando strategie di coping efficaci e aumentando, di conseguenza, il livello di benessere.
Ottimismo vs Pessimismo: l’essere una persona ottimista si associa a un maggiore livello di benessere percepito e all’utilizzo di strategie di coping funzionali.

BIBLIOGRAFIA
Giusti E., Fazio T., Psicoterapia integrata dello stress. Il burn-out professionale, Roma, Sovera Edizioni, 2008

 

Dottore Davide Ferlito 

Email: ferlitodavide.ct@gmail.com
Cell. 3277805675

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