Bonafede su sentenza Cedu “il 41 bis non si tocca”

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41 bis Alfonso Bonafede

Un Governo che tira dritto per la sua strada anche in questioni di Giustizia. Dopo la sentenza del Tribunale europeo dei diritti umani sul caso del 41 bis a Bernardo Provenzano, chiamato in causa dagli stessi legali del boss di Cosa Nostra morto in carcere, Bonafede interviene e ha chiarito la linea del Governo.

Bonafede tira dritto

A margine della presentazione del disegno di legge contro la violenza sulle donne, commentando la notizia della sentenza della Corte europea dei diritti dell uomo per il carcere duro a Provenzano, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha detto: “rispetto questa sentenza. Non la commento ma voglio sottolineare che il 41 bis non si tocca. Su questo – ha aggiunto Bonafede – c’è una lunga storia di confronto con l’Europa con cui siamo disposti a confrontarci. Tutto il mondo, non solo l’Europa ha da imparare dall’Italia in termini di normativa antimafia. Abbiamo le leggi più all’avanguardia che hanno dato i migliori risultati”.

La pena al boss Provenzano

Il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, morto in carcere durante la detenzione con il 41 bis (regime di carcere duro) era capo mandamento della famiglia dei corleonesi. La stessa del suo “socio” malavitoso Totò Riina, anche lui morto in carcere. I legali del boss hanno avuto da sempre la convinzione che il regime carcerario previsto dal 41 bis fosse contro i diritti umani, e il Tribunale dei diritti umani gli ha dato in parte ragione.

Cosa è il carcere duro e l’accusa storica di Bagarella

Il carcere duro, previsto in Italia dal 41 bis venne introdotto dalla Legge Gozzini (n.663 del 10 ottobre 1986) che riformava allora regime carcerario e riguardava. Inizialmente soltanto le situazioni di rivolta o altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane. A seguito delle stragi di Capaci e via D’Amelio il regime fu esteso detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa.Legge che ovviamente è stata contrastata duramente dai carcerati. Il 12 luglio del 2002 la protesta ha raggiunto da un punto di vista lessicale il suo punto massimo. Il boss della famiglia dei corleonesi Leoluca Bagarella cognato di Totò Riina, in collegamento dal carcere di L’Aquila, chiede la parola al presidente del Tribunale di Trapani e dice: “A nome di tutti i detenuti stanchi umiliati vessati e utilizzati come merce di scambio dalle forze politiche…”. Frase che rappresenta un atto d’accusa grave verso gli allora poteri al comando in Italia.

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