Moriva 27 anni fa Tina Merlin, la giornalista che tentò di evitare la tragedia del Vajont

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Tina Merlin
Tina Merlin giornalista de L'Unità

Oggi il giornalismo italiano ricorda un personaggio tra i più appassionati e sinceri che questo mestiere ricordi, moriva 27 anni fa Tina Merlin, la giornalista che con i suoi articoli tentò di evitare la tragedia del Vajont.

La giornalista de L’Unità nacque il 19 agosto del 1926 a Trichiana in provincia di Belluno. Morì prematuramente all’età di 65 anni a Belluno. Seguì in modo appassionato tutti gli eventi che portarono, il 9 ottobre del 1963, alla frana del monte Toc sull’invaso della diga del Vajont. L’onda si divise in 2 e distrusse il paese di Longarone, le frazioni di Castellavazzo e Codissago; danneggiò pesantemente i paesi di Erto e Casso e arrivò fino al quartiere di Belluno, Borgo Piave. I morti furono 1917. La tragedia non è da attribuirsi ad un fenomeno naturale. Le causa del disastro erano evitabili e dovute all’invaso stesso che lì, ai piedi del monte Toc non doveva esserci per via del terreno franoso in tutta la zona. Una “tragedia annunciata” scrisse L’Unità, che Tina Merlin tentò, armata di “carta e penna” di evitare.

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Tina Merlin
Tina Merlin giornalista de L’Unità

Noi di Free Press Online per ricordare la giornalista nell’anniversario della sua morte, abbiamo intervistato Adriana Lotto, presidente dell’Associazione Culturale Tina Merlin.

Quali sono state le sensazioni di Tina Merlin subito dopo la tragedia del Vajont?

Lei si è sempre rammarica per non riuscire a impedire quella la tragedia – esordisce il presidente Adriana Lotto –  .Non voleva balzare sulle prime pagine o diventare, come poi è stata definita la Cassandra, ne tanto meno divenire un eroina”. 

Quando volle pubblicare un articolo per denunciare il pericolo di una frana enorme nell’invaso L’Unità gli rifiutò l’articolo in attesa di ulteriori documentazioni. Come mai?

Lei già aveva subito un processo (per divulgazione di notizie false e tendenziose a Milano per aver scritto della frana in atto sul Toc, di cui uscì assolta ndr.), e con lei anche il suo giornale  L’Unità. All’epoca dei fatti lei era una corrispondente di provincia non era neanche assunta all’epoca, cosa che avvenne nel 1972. Al giornale poi c’era Mario Fassi, quindi ubi major minor cessat. Per questo a lei non era riservato l’onore della prima pagina.

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Adriana Lotto
Adriana Lotto, presidente Associazione culturale Tina Merlin
Per il ventesimo anniversario del disastro del Vajont la Merlin scrive il libro “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”, (Editore Milano, La Pietra ndr). Da dove nacque l’idea del libro?

La giornalista lo scrive sulla scorta del materiale che aveva raccolto fino a quel momento, compresa la vicenda processuale del dell’Aquila, che lei non seguì – Ci ha spiegato la Lotto –  .Lei infatti, nel 1967 va a Radio Budapest, poi a Vicenza, Milano e a Venezia. Tutta una serie di traversie legate alla sua professione che le impediscono di seguire direttamente le vicende processuali, come lei avrebbe voluto. Il libro è un risarcimento  se vogliamo anche, soprattutto nei confronti degli ertani (abitanti di Erto, uno dei paesi colpiti dall’onda del Vajont sito dalla parte opposta nel bacino rispetto alla diga ndr.). La Merlin è molto legata a Erto. I primi articoli che scrive sono a difesa degli ertani contro gli espropri e poi di fronte al pericolo che la frana possa staccarsi, precipitare nel lago artificiale e fare quello che poi ha fatto“.

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Frana Vajont
La frana preistorica sul monte Toc che causò l’onda mortale del Vajont
Come mai la Merlin ebbe difficoltà a trovare un editore?

Il suo libro ha delle vicissitudini editoriali perché di quel fatto non si vuole parlare. Sono passati 20 anni (all’epoca della pubblicazione del libro, ndr.), non vi è ancora una memoria collettiva del Vajont, perché i pochi sopravvissuti se ne sono andati chi di qua chi di là. Longarone è stata ricostruita in modo completamete diverso. Gli ertani vengono divisi in varie paesi della zona. Altri riescono a rientrare illegalmente nel paese che poi nel 1972 viene riconosciuto come comune. Illegalmente perché li era stato deciso che non si doveva più tornare. I fatti della storia recente come quelle dell’Aquila insegnano che dopo un disastro li si deve ricostruire ma poi non lo si fa mai, tipo Amatrice. Quindi si deve spazzare via insieme al paese anche il ricordo di quello che è successo”.

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Sulla pelle viva
“Sulla pelle viva” Autore Tina Merlin
Ma perché non parlarne?

Ora, al Vajont l’evento è stato tutt’altro che naturale. – ha continuato la Lotto – È stata una catastrofe costruita nel tempo, nel senso che si sapeva, ma non si è voluto intervenire per tanti motivi politici, economici. Ora tirare fuori dopo 20 anni questa storia, in cui la scienza e la tecnica che si inginocchiano davanti la politica e questa che si inginocchia davanti agli interessi economici, era scomodo. Lo è stato sempre, nel 1963, negli anni successivi e fino a qualche anno fa quando Paolini ha “sdoganato”, facendo vedere agli italiani quello che è veramente successo”.

Qual era il rapporto tra la Merlin e Longarone, che pagò nella tragedia il più alto numero di vittime?

Per quanto riguarda Longarone, la Merlin, conosceva gli amministratori, come il sindaco un socialista, che perì nella tragedia. Si sapeva che l’onda avrebbe toccato Erto e le frazioni vicine. Non si era pensato a Longarone, anche se lei lo aveva intuito. Non si sapeva, infatti, quanto alta fosse stata questa colonna d’acqua, e che direzione avrebbe preso. Di quella colonna una parte va verso Erto e l’altra scavalca ( la diga del Vajont, ndr.) e piomba su Longarone, dove si avvertiva la minaccia, ma era più una percezione a pelle. La Meriln non va Longarone a fare i servizi ma a Erto perché li vi era l’invaso, lì vi era la frana e non perché era più legata agli ertani che ai longaronesi.  A Erto era andata già nel 1956 per difendere gli ertani dagli espropri a poco prezzo o gratuitamente e minacciati”.

Foto aerea di Longarone dopo il disastro del 9 ottobre 1963
Si dice che la Meriln era poco letta in zona?

Immagini una frazione di montagna il Partito Comunista quanti iscritti poteva avere – riferisce la Lotto – e quanti di loro leggevano il giornale, perché molti non sapevano leggere. Poi L’Unità era giornale del Partito Comunista. Negli anni 60′ quando c’è la Democrazia Cristiana che governa, quando c’è il centrosinistra, con il Partito Socialista, i Comunisti erano visti come il diavolo. Dopo la tragedia – ha concluso il presidente dell’Associazione Culturale Tina Merlin –  L’Unità dice “Tragedia annunciata”, dall’altra parte la Dc rispose al quotidiano con un manifesto appiccicato a tutti i muri d’Italia con scritto “Sciacalli“. L’unità – come spiega Adriana Lotto – non voleva sostenere una sua ragione ma cercava di dire l’evento non era stato un evento naturale ma poteva essere evitato“.

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