Il trauma dell’immigrazione, fattori di rischio e potenziali psicopatologie

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La vicenda della Sea Watch riaccende i riflettori sulle condizioni di disagio che i migranti vivono dal momento della partenza dai propri paesi d’origine fino all’arrivo in quello di accoglienza. Si tratta di un percorso altamente intricato che influenza il benessere psicofisico degli stessi, incidendo in maniera sia diretta che indiretta sul loro stato di salute psicologica. Da un lato, infatti, l’essere esposti ad episodi fortemente traumatici può comportare l’emergere di specifiche psicopatologie, dall’altro le condizioni stressogene della traversata e le problematiche associate all’approdo possono favorire la slatentizzazione di condizioni di malessere fino ad allora latenti. Appare evidente, di conseguenza, l’importanza di un intervento che non sia finalizzato alla cura delle sole malattie fisiologiche ma che si allarghi ad un processo di prevenzione e immediato intervento verso disturbi meno evidenti ma ugualmente dannosi.

Il trauma dell’immigrazione

Va, innanzitutto, sottolineato come l’immigrazione sia già di suo un processo di non facile realizzazione, in quanto comporta una serie di perdite e di cambiamenti che invadono la sfera identitaria del soggetto. Si abbandonano, infatti, i propri punti di riferimento, alla ricerca di uno stato di benessere che viene talvolta disatteso. L’arrivo nel nuovo paese comporta, per l’appunto, numerose difficoltà, si pensi alla necessità di interfacciarsi con una lingua e una cultura diverse dalla propria, lontano dai propri cari, dovendo ripartire da zero e con la conseguente perdita dello status socio-economico precedentemente raggiunto. Si attiva, in sostanza, un vero e proprio processo stressogeno che può avere un esito positivo o negativo. Da un lato, infatti, essendo costretto a riadattarsi, con tutte le difficoltà e le frustrazioni che tale percorso prevede, il migrante potrà divenire più consapevole dei propri punti di forza e delle proprie risorse, finendo per definire in positivo il proprio percorso migratorio e riuscendo, in tal modo, a ben integrarsi nella nuova realtà. Dall’altro, però, vi sarebbero molti fattori che possono inficiare l’esito di tale processo, compromettendo anche la salute mentale del soggetto. Tra questi abbiamo:

  • Il paese d’origine: il percorso migratorio non è sempre frutto di una libera scelta e spesso è l’esito finale della necessità di fuggire da gravi condizioni di svantaggio socio-economico o veri e propri conflitti bellici che mettono in pericolo la propria e altrui incolumità. Si parte alla ricerca di una condizione migliore, vivendo, tuttavia, il lutto per quanto ci si lascia alle spalle.
  • L’essere stati esposti ad esperienze traumatiche: violenze e aggressioni (fisiche o sessuali), la morte di persone care, le difficoltà insite nella traversata (es. soffrire di fame e sete) possono rappresentare fattori predisponenti anche di gravi condizioni di malessere. Si pensi, ad esempio, al Disturbo Post Traumatico da Stress.
  • Il paese di arrivo: va sottolineato come non sempre il malessere del migrante sia il risultato degli eventi occorsi nel paese di provenienza o durante la traversata, ma svolge un ruolo di indubbia importanza anche lo stato di approdo. I processi di marginalizzazione sociale e quelli discriminatori a cui spesso è sottoposto colui che viene considerato “estraneo”, hanno un’influenza determinante sulla sua salute psicologica. A questo si aggiunge il lungo iter burocratico a cui i migranti vengono sottoposti, che prevede lunghe attese prima di poter sbarcare e la permanenza in strutture talvolta non idonee.

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Il malessere del migrante

L’importanza di un intervento mirato al benessere psicologico del migrante si associa alle ricadute che tali condizioni di malessere hanno sia sulla salute complessiva del singolo che sulla sua partecipazione attiva al contesto in cui si trova. Numerose ricerche hanno evidenziato la presenza di specifiche psicopatologie che emergerebbero prima, durante e dopo il processo migratorio, a causa delle già citate condizioni stressogene che si associano allo stesso. Tra queste abbiamo:

  • Disturbo post traumatico da stress (il più diffuso);
  • Disturbo da adattamento (soprattutto nei migranti economici, ovvero quelli che non hanno fatto richiesta di protezione internazionale);
  • Disturbi d’ansia;
  • Depressione e altri disturbi dell’umore;
  • Sindromi da somatizzazione;
  • Disturbi psicotici (seppur raggiungano percentuali meno consistenti).

Come abbiamo visto, si tratta di condizioni la cui origine è, per lo più ma non solo, antecedente all’approdo del migrante, sebbene risulti decisivo il ruolo del paese d’accoglienza. Tali condizioni, infatti, se affrontate precocemente e adeguatamente possono essere evitate o, in ogni caso, superate. Al contrario, invece, la loro sottovalutazione incide negativamente sul benessere psicofisico di chi raggiunge il nostro paese. Risulta, quindi, indispensabile promuovere delle strategie che possano ridurre tali condizioni di malessere, favorendo politiche mirate all’integrazione sociale, fornendo chiare informazioni sui diritti e sui servizi di salute disponibili per il migrante, formando e impiegando personale multidisciplinare e specializzato. Ciò non avrà una ricaduta positiva solo sui diretti interessati ma anche su quelle che saranno le generazioni successive, il cui rischio di incorrere in ulteriori condizioni di disagio psichico sarà notevolmente ridotto.

Dottore Davide Ferlito 

Email: ferlitodavide.ct@gmail.com
Cell. 3277805675

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