Catania, commercialista vendeva pacchetti per evadere il fisco

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Evadere fisco Guardia di finanza

Il commercialista Antonio Pogliese è stato posto agli arresti domiciliari, poiché secondo l’accusa vendeva ad aziende in difficoltà dei pacchetti per evadere il fisco e ripartire. In totale sono 11 gli indagati.

Le 11 misure cautelari

La Guardia di Finanza di Catania ha eseguito oggi un provvedimento di misure cautelari emesse dal Gip del Tribunale di Catania. Sono 11 le persone coinvolte ed accusate a vario titolo di bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta d’imposte anche in forma associata. Inoltre sono accusati dei delitti di favoreggiamento personale e reale.

Gli indagati posti agli arresti domiciliari sono: gli indagati posti agli arresti domiciliari sono: Antonio Pogliese (classe 1944); Pennisi Salvatore (Classe 1973); Catania Michele (Classe 1953); Galifi Concetta (Classe 1980); Patti Rosario (Classe 1940); Grasso Giuseppe Andrea ( Classe 1968); Grasso Antonino (Classe 1965); Grasso Michele (Classe 1961); Virgillito salvatore(Classe 1953). Per Alfio Sciacca (Classe 1952); Nunziata Conti (Classe 1954), l’interdizione all’esercizio d’imprese per un anno.

Le slide dell’operazione

 

I marchi e le aziende poste sotto sequestro

Sono stati posti sotto sequestro i seguenti marchi registrati, oggetto delle condotte distrattive: “Golosità”, “Diamante”, “Diamante Fruit”, “Saporita”, con le quali i fratelli grasso operavano nel settore ortofrutticolo.  Inoltre sono stati posti sotto sequestro i complessi aziendali appartenenti alle società fallite: “Prima trasporti S.r.l.”, “Grandi vivai società agricola S.r.L.”, “Fratelli Conti S.r.L.” e ” Patti diffusione Sr.l.”, che sono state affidate ad amministratore giudiziario.

Il meccanismo della truffa

Il procuratore Carmelo Zuccaro ha spiegato che: “Si è posta in essere un’attività sistematica volta a favorire delle società che nel mercato. Questi agivano in maniera predatoria e truffaldina, non corrispondendo all’erario quanto dovuto, facendo in modo che i debiti rimanessero alle società che venivano liquidate e non solo. La liquidazione delle società veniva affidata a prestanomi che venivano forniti dallo studio commercialista e svuotati di tutti i suoi assetti positivi che confluivano in altre società che continuavano ad operare nello stesso modo illecito”.

Delle attività illecite, il Procuratore ha spiegato che si ha contezza dal 2013. Da qui in poi “veniva gestita da uno dei studio commerciali Pogliese, che è tra più importanti di Catania. Questo ci fa comprendere come uno sviluppo economico e un ritorno alla legalità in questa città deve passare da una riconversione etica di quelle persone che hanno delle posizioni nella società più importanti. Spetta dunque a loro cercare di modificare i loro comportamenti illeciti“.

La figura del prestanome

Le attività venivano poste in essere grazie un prestanome, che spesso era il figlio di Virgillito. Questo, pur avendo delle difficoltà nell’esprimersi e non avendo nessun tipo di esperienza e conoscenza di gestione societaria, era messo come parafulmine ad assorbirsi tutte le rilevanze civili e penali delle azioni delle società che gli erano affidate. A lui si facevano firmare documenti predisposti dallo studio il tutto a fronte di una paga mensile di euro 400 che era a carico degli amministratori delle società che avevano acquistato il pacchetto dallo studio Pogliese. Spesso addirittura non era nemmeno pagato dalle stesse società essendo queste in difficoltà economiche. La scelta di affidare al figlio di Virgillito questo compito era anche dettata dal fatto che lo stesso era nulla tenente e pertanto non poteva essere aggredito dal fisco e dai creditori per le sue azioni.

Sottratte all’erario somme pari a circa 220 milioni di euro

Dalle intercettazioni telefoniche si evince che nell’organizzare le manovre fraudolente nei confronti del fisco, al quale sono state sottratte circa 220 milioni di euro, lo studio Pogliese  aveva calcolato tra i vari rischi le attività investigative della Guardia di Finanza e le successive azioni della Procura. Su questo punto Zuccaro ha dichiarato che: “Siamo ben lieti che loro adesso considerino la Procura di Catania un rischio professionale per le attività che devono svolgere. Loro parlano di Procura ma, in realtà, fanno riferimento a tutto il sistema giudiziario sta rispondendo grazie ai giudici, ai pubblici ministeri e agli investigatori. Ma è evidente che se non c’è questa riconversione etica uno sviluppo a Catania non potrà mai ripartire come tutti noi speriamo e ci auspichiamo“.

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