USB, lotta dura contro la regionalizzazione della scuola. VIDEO

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USB lotta dura contro la regionalizzazione della scuola nella manifestazione di oggi davanti Montecitorio insieme fra altri “Noi Restiamo” e “Potere al Popolo”.

La manifestazione davanti Montecitorio

Davanti a Montecitorio, contro la “regionalizzazione-secessione”, oggi, si è svolto un presidio di protesta che ha visto protagonisti, fra gli altri, l”USB, Noi Restiamo e Potere al Popolo”. Nel suo intervento la professoressa catanese Claudia Urzì del Coordinamento nazionale USB Scuola e responsabile della Federazione del Sociale USB Sicilia, ha evidenziato il grave attacco che subisce la scuola pubblica statale con la regionalizzazione annunciata, vero strumento tecnico-politico per la costruzione del sistema scolastico regionale. Il sistema che creerebbe evidenti differenze all’interno del sistema scolastico nazionale, considerato che la riforma dell’ art. V – voluta dal PD – ha già sottratto allo Stato l’esclusività in materia di istruzione lasciando nelle sue competenze esclusivamente le “norme generali”, “i livelli essenziali delle prestazioni” e i “principi fondamentali”.

Le parole di Claudia Urzì

Questi progetti– dichiara Urzi’ – hanno lo scopo di mantenere il gettito fiscale all’interno delle regioni ricche del Nord in assoluta violazione del principio di redistribuzione, che trova fondamento nella Costituzione. Tanto più in un paese dove tanto peso ha avuto la migrazione interna della forza lavoro e dove la ricchezza del Nord è stata costruita anche e soprattutto dalle lavoratori e dai lavoratori emigrati dal Sud. Con la regionalizzazione della scuola , con il passaggio del personale neoassunto non più allo Stato ma alla Regione, si creerà un sistema in cui a tantissimi dei docenti da anni esiliati al Nord diventerebbe impossibile il rientro nella propria terra, creando ulteriori difficoltà e sofferenze, dopo quelle provocate dalla renziana Legge 107.

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“Docenti ricattabili dai capi d’Istituto”

“In questo contesto di regionalizzazione  – continua Urzì – sappiamo benissimo come le lavoratrici e i lavoratori della Formazione regionale sono pagati meno rispetto a quelli statali. Ciò significa che con la regionalizzazione gialloverde, in occasione della modifica/rinnovo dei contratti si inseriranno clausole che favoriranno la precarietà, la licenziabilità e la ricattabilità dei neoassunti “docenti regionali” da parte dei capi di istituto. Inoltre, legare la distribuzione dei fondi statali in base e in funzione della ricchezza dei cittadini di una certa area geografica, è un pericolo rispetto agli organici, alla mobilità della scuola, ma anche rispetto allo stesso servizio erogato. La mobilità potrebbe determinare accordi tra regione e regione o tra Stato e regione o tra regione e privati. Accordi dove in alcune regioni una parte dello stipendio degli insegnanti dipenderebbe dai contratti di secondo livello, da incentivi e da premi che farebbero lievitare gli oneri fiscali per i contribuenti, dove l’ente regionale diventerebbe il datore di lavoro dei nuovi docenti a fronte di lavoratrici e lavoratori nelle medesime scuole che rimarrebbero dipendenti statali, con la presenza di differenti categorie che fanno lo stesso lavoro“.

Claudia Urzì coordinamento nazionale Usb Scuola

Le dichiarazioni della professoressa Urzì ci richiamano alla mente le GABBIE SALARIARI, o come furono chiamate inizialmente “zone salariali”, che furono introdotte in Italia con l’accordo interconfederale del 6 dicembre 1945 dalla Cgil (al quel tempo essa era l’unico sindacato ricostituito dopo la caduta dalel nazi-fascismo) e dalla Confindustria. Ed è stato il proletariato del Sud la vittima di questo sistema salariale fondato sull’intollerabile condizione imperante di bassi e diversificati salari. Accadeva, ad esempio, che a Torino, nella Fiat, un operaio di Torino aveva uno stipendio superiore ad un operaio immigrato proveniente da Catania, nonostante i due svolgevessero esattamente le stesse ore di lavoro e il mededimo stesso lavoro.

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