Caso Ruby, muore testimone chiave. “Mi hanno avvelenato”. Procura indaga per omicidio

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La modella marocchina Imane Fadil, testimone chiave nel processo Ruby ter, muore 15 giorni fa, ma prima del decesso dice al fratello: “Mi hanno avvelenata”. La Procura indaga  per omicidio volontario. Disposta l’autopsia.

Si indaga sulla morte di Imane Fadil

La modella Imane Fadil, è morta il primo marzo dopo un mese di agonia, all’Humanitas di Rozzano (Mi) dove era ricoverata dal 29 gennaio. Lei era una testimone chiave nel processo Ruby ter. Prima di morire ha telefonato al fratello ed ha detto: “Mi hanno avvelenato“. La modella dapprima in terapia intensiva e poi nel reparto rianimazione è stata vigile fino alla fine. Aveva forti dolori ed i suoi organi erano in “cedimento progressivo“. Dalle cartelle cliniche sarebbe pertanto emerso una “sintomatologia da avvelenamento. Per questo motivo la Procura di Milano ha aperto un un fascicolo per omicidio volontario.

Presunto avvelenamento. Disposta l’autopsia

La notizia è stata data dallo stesso procuratore capo di Milano Francesco Greco, che ha disposto, sul corpo della modella, l’autopsia. “Sono in corso gli accertamenti sui campioni di sangue prelevati durante il ricovero – spiega Greco – non si può escludere nessuna pista visto che dalla cartella clinica non emerge nessuna malattia specifica. Stiamo sentendo i testimoni -continua il procuratore – .Verranno sentiti anche i medici dell’Humanitas, e abbiamo disposto l’acquisizione dei suoi oggetti personali“. Tra questi vi è anche un libro che la modella marocchina stava scrivendo.

Era testimone nel processo Ruby ter

Imane Fadil, insieme a Chiara Danese e Ambra Battilana, avevano raccontato agli investigatori delle cene ad Arcore e dei, oramai famosi bunga bunga. Secondo queste deposizioni la modella avrebbe partecipato ad otto cene. Successivamente era stata inserita come testimone nei processi Ruby bis e Ruby ter. Le tre ragazze avevano anche chiesto di essere ammesse ai procedimenti come parte civile. Il Tribunale respinse però le richieste ipotizzando che i reati commessi da Silvio Berlusconi insieme ad altri 27 indagati per corruzione in atti giudiziari fossero “offesa” contro lo Stato e non contro le donne.

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