Mobbing, quando il lavoro non nobilita l’uomo

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Se è vero che il lavoro nobilita l’uomo è altrettanto evidente come esso possa rappresentare una considerevole fonte di stress.  L’ambiente lavorativo, infatti, occupa una parte consistente della giornata, avendo una chiara ricaduta sia sul nostro stato emotivo che sulla nostra salute psicofisica. Un fenomeno che può essere determinante in tal senso è quello del mobbing, vediamo insieme cosa intendiamo con tale termine e come possiamo combatterlo.

Che cos’è il mobbing

Il concetto di mobbing deriva dall’inglese to mob (assalire, molestare) e indica un insieme di comportamenti violenti (es. abusi psicologici, vessazioni, emarginazione, demensionamento, maldicenze, ecc), messi in atto da uno o più persone verso un’altra in maniera continuativa e prolungata nel tempo, con effetti dannosi sulla dignità personale e professionale e sulla salute psicofisica di quest’ultima. Tali comportamenti, pur non rappresentando il più delle volte dei veri e propri reati, producono gravi danni alla vittima sia da un punto di vista fisico che psichico. Non si tratta, tuttavia, di un termine che è stato immediatamente associato al contesto lavorativo, in quanto è stato coniato per la prima volta negli anni settanta dall’etologo Lorenz per descrivere un insieme di comportamenti aggressivi tra individui della stessa specie, volti ad escludere un membro della suddetta. Viene, di conseguenza, applicato anche ad altri contesti, come quello familiare in cui assume la forma di una condotta interna alle dinamiche relazionali coniugali o familiari, finalizzata a delegittimare uno dei coniugi, estromettendolo dai processi decisionali del sistema familiare e allontanandolo dallo stesso.

Il mobbing sul posto di lavoro

Il primo a introdurre il concetto di mobbing all’interno dell’ambiente lavorativo è stato lo psicologo Heinz Leymann che lo definì come “una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa”. Si tratta, quindi, di un insieme di comportamenti volti a spingere la vittima ad abbandonare volontariamente il proprio posto di lavoro, senza ricorrere, di conseguenza, ad alcuna forma di licenziamento. Alla base di tale condizione possono esserci diverse motivazioni. Essa, infatti, può configurarsi come il tentativo di vendicarsi di fronte al mancato consenso della vittima verso determinati comportamenti, ad esempio a seguito della denuncia di quest’ultimi ai propri superiori o alle autorità competenti, oppure in conseguenza del suo rifiuto di obbedire a proposte immorali o illegali, come nel caso di molestie sessuali.  I protagonisti di tale fenomeno sono il mobber, che rappresenta colui che mette in atto l’azione vessatoria, il mobbizzato ovvero colui che la subisce, e i side mobbers cioè gli spettatori che non offrono alcun aiuto alla vittima e in alcuni casi possono affiancarsi al mobber. Per potersi parlare di mobbing tali vessazioni devono avere una durata superiore ai sei mesi, comportare una serie di problematiche psicofisiche incluso l’eventuale sviluppo di psicopatologie, fino a determinare l’allontanamento volontario del soggetto dal proprio posto di lavoro. Va sottolineato, infine, come, trattandosi spesso di comportamenti che non sono immediatamente ed evidentemente lesivi dell’altro, o illeciti in senso stretto, vadano valutate la durata e la continuità nel tempo, nonché l’intensità e la tipologia delle azioni messe in atto.

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Le tipologie di Mobbing

Il mobbing rappresenta un fenomeno variegato che può assumere diverse forme. Distinguiamo, a tal proposito, tra quello verticale e quello orizzontale. Nel primo caso facciamo riferimento ad un comportamento messo in atto da uno o più individui di livello gerarchico superiore (capo, responsabile, ecc), con il beneplacito o, in alcuni casi, con il sostegno diretto di altri colleghi (side-mobbers), che assecondano quanto accade per paura di esserne a loro volta vittima o semplicemente per entrare nelle grazie del superiore. Nel secondo caso, invece, si fa riferimento ad azioni messe in atto da colleghi di pari grado verso un altro non integrato all’interno dell’organizzazione per ragioni di diversa natura. Può esserci, infatti, una condizione di incompatibilità ambientale o caratteriale, oppure tale comportamento può essere il risultato di varie dinamiche discriminatorie (genere, etnia, religione, politica, ecc). Spesso, tuttavia, tale situazione può essere il frutto di un contesto lavorativo altamente stressante. In questo caso il gruppo mobbizzante tende ad usare la vittima come vero e proprio capro espiatorio, funzionale per scaricare lo stress e su cui fare ricadere la colpa delle difficoltà vissute. Abbiamo poi il mobbing strategico che si presenta quando i comportamenti vessatori sono diretti a fare dimettere la vittima in modo da assumere qualcun altro al suo posto. Esiste, infine, il bossing con cui si fa riferimento all’insieme di azioni compiute dalla direzione o dall’amministrazione del personale volte a ridurre o modificare lo stesso, eliminando uno o più soggetti indesiderati. Quest’ultimo fenomeno rappresenta l’esito di una vera e propria strategia aziendale. Indipendentemente dalla tipologia di riferimento, lo scopo del mobbing sarà sempre quello di creare un clima di tensione intollerabile che spinga la vittima a lasciare il posto di lavoro. Ciò può avvenire attraverso diverse strategie, come l’emarginazione del singolo, il suo demansionamento o trasferimento, il diffondere pettegolezzi o maldicenze sul suo conto, fino ad arrivare a vere e proprie molestie.

Le conseguenze sulla salute

Il mobbing non può essere considerato in senso stretto una malattia ma può esserne la causa principale, andando a ledere la salute psicofisica della vittima. A livello psicologico in particolare emerge il rischio di sviluppare vere e proprie psicopatologie tra cui:

  • Disturbo post traumatico da stress;
  • Disturbo dell’adattamento;
  • Depressione;
  • Ansia e attacchi di panico;
  • Disturbi psicosomatici.

A tali condizioni si associano altri sintomi quali lo sviluppo di una bassa autostima e una scarsa autoefficacia, l’emergere di considerevoli problemi d’insonnia, la tendenza all’isolamento sociale e l’aumento dei conflitti familiari. Viene, quindi, coinvolto l’intero funzionamento del singolo individuo, in una condizione di malessere che, in casi estremi ma non così rari, può portare anche al suicidio. Essendo, inoltre, una fonte duratura e continuativa di distress viene coinvolta anche la salute fisica. In tal senso sono frequenti problematiche come cefalea, tachicardia, gastrite, dermatosi, ecc. Va sottolineato, infine, come il mobbing non comporti conseguenze solo per la vittima ma viene coinvolta l’intera organizzazione in termini di scarso rendimento e abbandono di forza lavoro, comportando una ricaduta sull’intero ambiente professionale.

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Come intervenire

Come abbiamo visto il mobbing può avere degli effetti gravosi sia sul singolo lavoratore che sull’azienda stessa. Occorre, di conseguenza, mettere in atto una serie di interventi che coinvolgano tutti i protagonisti chiamati in causa. E’ utile, a tal proposito, realizzare una serie di misure preventive con il duplice scopo di evitare l’insorgere di tali condizioni problematiche e affrontarne gli effetti. Tale processo richiede, quindi, la messa in atto di un percorso formativo e informativo che includa tutti i dipendenti dell’azienda, fornendo delucidazioni sul fenomeno e sulle buone prassi da seguire per un’adeguata gestione dello stesso, accompagnato da un accurato screening per individuare i comportamenti presenti e quelli a rischio e da interventi mirati al recupero della salute psicofisica della vittima, coinvolgendo specifici professionisti (psicologi, medici, ecc). In un sano ambiente lavorativo, in cui la collaborazione tra i dipendenti viene ampiamente promossa e il conflitto smette di essere un tabù, diventando in tal modo processo di negoziazione, il rischio di mobbing si riduce notevolmente. Come abbiamo visto, infatti, la presenza di diverse problematiche a livello aziendale (ad es. scarsa definizione di ruoli e mansioni), possono determinare uno stato di tensione che, associata ad un’inadeguata gestione del conflitto interpersonale, comporta il fenomeno del “capro espiatorio”.  Per ridurre o evitare quest’ultima condizione può essere funzionale promuovere un intervento formativo mirato alla gestione dei conflitti, in modo da renderli facilmente riconoscibili e affrontabili.
Pur sottolineando l’importanza per la vittima di un percorso psicoterapeutico atto ad affrontare e gestire le sgradevoli conseguenze di tale fenomeno, è possibile fornire i seguenti consigli:

  • De-emoziona il conflitto: Rifuggire dallo stesso non è utile, così come abbandonarsi totalmente ai propri istinti. Occorre affrontarlo con lucidità, spiegando le proprie ragioni e sensazioni e chiedendo all’altro di fare altrettanto;
  • Ricaricati, hai bisogno di energie: Laddove emergesse un consistente malessere è di fondamentale importanza favorire il ripristino delle proprie energie, assentandosi da lavoro per il tempo necessario, mettendo di lato l’eventuale senso di colpa scaturente;
  • Procurati delle prove: Molto spesso le azioni vessatorie avvengono lontano da occhi indiscreti. Per tale ragione potrebbe essere utile mettere per iscritto quanto accaduto, raccogliendone le prove. A tal proposito risulta funzionale l’uso di un diario in cui annotare per ogni comportamento subito, data, ora, luogo, autore, descrizione dei presenti, conseguenze psico-fisiche ed eventuali documentazioni sanitarie attestanti quest’ultime;
  • Cercati degli alleati: Sebbene non sia un processo di facile attuazione in quanto spesso gli altri diventano spettatori degli eventi o alleati del mobber, è utile cercare qualcuno che possa fungere da testimone di quanto successo;
  • Evita di isolarti: Bisogna coltivare le proprie relazioni, uscire con amici e familiari, evitando in ogni modo di star soli, e continuare a dedicare del tempo per se stessi, dando spazio ai propri hobby e cercando una valvola di sfogo. Non bisogna vergognarsi di quanto vissuto ma occorre parlarne.

 

Bibliografia

Ege H., Mobbing: conoscerlo per vincerlo, Milano, Franco Angeli, 2013

Dottore Davide Ferlito 

Email: ferlitodavide.ct@gmail.com
Cell. 3277805675

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