La sindrome da Burnout, che cos’è e come intervenire

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La vita in tutte le sue sfaccettature ci pone spesso dinanzi a condizioni di difficoltà che possono essere fonte di stress. In questi casi può essere utile avvalersi del sostegno di determinati professionisti che ci accompagnino nella risoluzione dei problemi vissuti. Che succede, tuttavia, se chi dovrebbe aiutarci ha bisogno, a sua volta, di aiuto? Scopriamolo insieme…

Che cos’è il Burnout

Con il termine Burnout si fa riferimento ad una sindrome stressogena associata ad una specifica categoria, quella delle professioni d’aiuto (helping professions), con cui indichiamo tutti quei lavori che hanno come caratteristica comune il compito di fornire protezione, cura, insegnamento e sostegno a soggetti in condizioni di necessità. Nello specifico alludiamo a professioni quali i medici, gli infermieri, gli psicologi, gli insegnanti, i poliziotti, ecc. Il professionista dell’aiuto non si fa carico esclusivamente del problema presentato ma anche delle emozioni che da esso scaturiscono. Non si limita, quindi, a mettere al servizio dell’altro le proprie competenze professionali ma agisce mostrandosi empatico e comprensivo verso quest’ultimo, intervenendo, a tutti gli effetti, anche e soprattutto sulla componente relazionale. Va sottolineato, inoltre, come le helping professions non si occupino esclusivamente dei singoli ma lavorino all’interno di una rete più ampia che include anche il sistema familiare dell’assistito. Lavorare in tali contesti, tuttavia, non è semplice e vi sono diversi fattori stressanti che possono portare ad un logoramento professionale, emotivo e psichico, influenzando non solo il benessere del singolo ma anche la sua efficienza lavorativa e il rapporto con l’utenza. Tra quest’ultimi svolge un ruolo di grande rilevanza il senso di realizzazione professionale che risulta in questo caso ancor più significativo in quanto chi si assume questi ruoli lo fa, spesso, in nome di valori personali, carichi di aspettative connesse alla professione scelta. Nelle helping professions, infatti, non entrano in gioco esclusivamente aspetti pragmatici associabili al mero risultato ma anche elementi esistenziali, connessi ad un considerevole spirito di sacrificio messo al servizio di terzi. Il lavoro viene, quindi, posto al centro del proprio mondo, a tal punto che un fallimento in quest’ultimo ricade sull’intera qualità della vita, sottoponendo il professionista ad un enorme carico di stress.

Le caratteristiche del Burnout

Tra i primi ad occuparsi di tale fenomeno vi fu la Maslach che ne identificò tre dimensioni:

    • Esaurimento emotivo: con tale concetto si allude alla percezione di un progressivo esaurimento delle proprie risorse emotive. E’ come se ci si sentisse del tutto svuotati, sfiniti, senza più energie sufficienti per affrontare la giornata lavorativa;
    • Depersonalizzazione o spersonalizzazione: con tale termine si intende un atteggiamento di distacco e ostilità verso l’altro, accompagnato da fastidio, freddezza e cinismo. Nel tentativo di rifuggire dal coinvolgimento emotivo verso l’altro, si limita, di conseguenza, la qualità e la quantità dei propri interventi, finendo per risultare evasivi di fronte alle richieste di aiuto;

 

  • Ridotta realizzazione personale: la condizione stressogena vissuta porta il soggetto a percepirsi inadeguato, incapace, andando ad inficiare il suo senso di competenza professionale e la sua produttività lavorativa.

 

Cause e fattori protettivi

Come abbiamo già accennato, le helping professions sono delle professioni soggette ad un quantitativo di stress molto elevato, sia per il carico emotivo che ad esse si accompagna, sia per il significato e l’importanza che tali mansioni rappresentano per l’operatore stesso. Vi sarebbero, inoltre, specifici fattori che possono svolgere un ruolo protettivo, o al contrario favorire lo sviluppo di tale sindrome. Tra questi abbiamo:

  • Fattori sociali: una relazione positiva con pazienti e colleghi, scevra di conflitti e dove la comunicazione sia chiara e ricca di feedback, rappresenta a tutti gli effetti un fattore protettivo, la cui assenza, tuttavia, può favorire lo sviluppo della sindrome. Fonti di stress, inoltre, possono essere associabili anche a rapporti disfunzionali con le famiglie dei soggetti assistiti. Il supporto sociale rappresenta, di conseguenza, un’importantissima risorsa, la cui mancanza è legata al burnout. Altro elemento è rappresentato dall’importanza che il contesto sociale di riferimento dà a quella professione. In quest’ultimo caso, infatti, più viene riconosciuto il proprio ruolo di sostegno e maggiore sarà la soddisfazione lavorativa percepita dall’operatore con una ricaduta positiva sulle sue prestazioni. Al contrario minore è il riconoscimento e maggiore sarà il carico di stress percepito;
  • Fattori situazionali: si tratta di elementi correlati al lavoro stesso come il tipo di lavoro (maggiore è la gravità dell’utenza e maggiore sarà lo stress percepito), il reddito, il carico e il grado di sicurezza lavorativa. Va, altresì, sottolineata l’importanza di elementi tipici dell’organizzazione quali le modalità gestionali, la condivisione o meno dei valori di cui si fa portatrice, il tipo di leadership dei superiori e quanto essi valorizzano il lavoro dei propri dipendenti, supportandone elementi quali l’autodeterminazione, l’autoefficacia e il grado di cooperazione all’interno dell’equipe;
  • Fattori individuali: si fa riferimento a fattori socio-demografici come l’istruzione in quanto una buona preparazione professionale permette di rispondere in maniera più efficace alle richieste dei pazienti, comportando anche un maggiore senso di competenza e consapevolezza delle proprie capacità. Un altro fattore è l’età dell’operatore. Sembrerebbe, infatti, che i più giovani siano maggiormente predisposti al burnout. Tale elemento risulta, tuttavia, connesso con l’esperienza lavorativa, in quanto minore risulta quest’ultima e maggiore sarà il carico di stress. Abbiamo, inoltre, variabili personologiche quali la creatività, l’autostima e il senso di autoefficacia (minori livelli di autostima e autoefficacia si associano a una considerevole sindrome da burnout), l’ottimismo, la resilienza, il senso di autonomia esperito nella gestione dei propri compiti. E’ possibile, infine, sottolineare l’importanza degli atteggiamenti rispetto alla professione, in quanto la presenza di aspettative troppo elevate può essere connessa con livelli più alti di stress percepito.

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Le conseguenze del Burnout

Il burnout può essere alla base di condizioni sintomatologiche di diversa natura, andando ad inficiare la quotidianità del soggetto in tutti i suoi aspetti. In particolare si evidenziano sintomi:

  • Affettivi e cognitivi, come ansia, depressione, senso di impotenza, bassa autostima ed autoefficacia, pessimismo;
  • Fisici o psicofisici, come emicrania, insonnia, sudorazioni, disturbi gastrointestinali, stanchezza;
  • Comportamentali, come chiusura relazionale, incremento dei conflitti familiari, comportamenti stereotipati, eccessivo consumo di alcool, droghe, farmaci e tabacco.

Le relazioni che l’operatore mette in atto con gli utenti, i loro familiari e i propri colleghi di lavoro possono, quindi, essere fonte di stress psicofisico. Ciò avviene in quanto tali mansioni richiedono un enorme quantitativo di risorse ed energia psichica che può andare al di là delle possibilità del singolo. Tale situazione si evidenzia, in particolare, quando l’utente presenta una condizione di malessere cronica e/o incurabile, come nel caso dei pazienti oncologici, o quando quest’ultimo manifesti una forte resistenza alle cure, come nel caso dei tossicodipendenti. In queste e in altre situazioni, entrano in gioco anche le aspettative positive disattese circa il proprio lavoro che può essere percepito come non utile alla causa.  Le conseguenze del burnout ricadono, tuttavia, anche sull’organizzazione stessa in termini di minore cooperazione e maggiori conflitti relazionali, ritardi, assenteismo ed elevato turnover. Viene, inoltre, inficiata la produttività del lavoratore con tanto di rischio di errori e disattenzioni che possono ricadere sulla salute dell’utenza. Aumenta, infine, anche il rischio di abbandono del posto di lavoro

Come intervenire

L’intervento sul burnout richiede il coinvolgimento tanto del singolo quanto dell’organizzazione nella sua totalità. A livello individuale, infatti, è possibile prevenire e combattere tale sindrome fornendo e rafforzando quelle competenze utili al fronteggiamento delle condizioni stressanti. Ciò può avvenire, in particolare, utilizzando specifiche tecniche di rilassamento come il training autogeno, e attraverso corsi incentrati sulle competenze sociali e interpersonali, garantendo in tal modo una maggiore cooperazione tra i partecipanti e una comunicazione assertiva, e potenziando anche l’autostima e il senso di autoefficacia. Occorre, inoltre, intervenire sull’organizzazione stessa, attraverso attività psicoeducative che rendano noto il fenomeno, e cambiamenti strutturali che favoriscano una riduzione del carico di lavoro e una maggiore autonomia decisionale, nonché un incremento delle ricompense e un più consistente sostegno da parte di colleghi e superiori. Si interviene, quindi, su tutti quei fattori che possono essere coinvolti lungo questo processo, in modo da prevenire l’insorgere di tali dinamiche. Laddove, infine, la condizione di malessere sia già emersa in modo considerevole, può essere funzionale iniziare un percorso di psicoterapia individuale o di gruppo.

Dottore Davide Ferlito 

Email: [email protected]
Cell. 3277805675

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