L’eterno ritorno della questione morale: il rapporto tra etica e politica

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il rapporto tra etica e politica
Fonte Foto: iurisprudentes.it

Nel paese di Macchiavelli e Guicciardini il rapporto tra etica e politica ha sempre suscitato dibattiti emotivamente coinvolgenti. Tuttavia la distinzione tra gli approfondimenti teoretici e le applicazioni pratiche ha separato gli studi dalla realtà: di alto profilo i primi, tendenzialmente accomodante la seconda. il ritorno della questione morale

Articolo di Francesco Provinciali, Giudice Minorile di Milano

“Giustizia ad orologeria”

Ciclicamente quella che viene chiamata “giustizia ad orologeria” porta alla luce scandali o episodi di corruzione ma ciò avviene in particolar modo in prossimità delle tornate elettorali. Fino a configurare una sorta di sistema che gestisce dazioni, tangenti, concussioni, voto di scambio ed altre peculiarità che descrivono una estesa ramificazione della politica clientelare che supera il concetto di casta, abbondantemente spiegato da G.A. Stella e S.Rizzo, poiché si estende a tutti i livelli di gestione della cosa pubblica, fino a diventare costume e prassi prevalente.

Quella classificazione duale – i potenti da una parte e la gente comune dall’altra – sembra superata dall’emergenza sempre più diffusa di legami, intrecci, appartenenze, cordate e congreghe che funzionano secondo un modello “a cascata” nel quale ognuno trova accomodamento e una parte di gratificazione personale, se vige la categoria della fedeltà e del vassallaggio morale.

Il rapporto tra etica e politica

In altri termini non sembra più sostenibile sotto il profilo della mera considerazione etica un gap tra paese reale e paese legale, tra istituzioni e popolo, tra partiti e gente comune: il fenomeno corruttivo è talmente pervasivo che favorisce l’intercambio interno al sistema per garantirne continuità anche di fronte ad una apparente alternanza. È in atto da tempo un salto di quantità in termini pervasivi del fenomeno e di qualità rispetto alla raffinatezza della commissione dei reati.

Ne consegue che non si tratta più di una prassi circoscritta ma di una deriva che si esplicita come consuetudine e mentalità e che riguarda il modus operandi prevalente sul piano istituzionale ad ogni suo livello e una sorta di regola non scritta che si allarga a macchia d’olio in tutti i gangli vitali della vita sociale.

In caso di inchieste l’innocenza fino a prova contraria è una tutela costituzionalmente garantita ma certamente disinibisce comportamenti e consuetudini e favorisce una certa disinvoltura anche negli intrecci tra vita pubblica e privata: di solito prevalgono i furbi sugli onesti.

Se una prassi diventa sistema diffuso e radicato non stupisce il venir meno delle categorie etiche e valoriali ad esempio nella scelta dei candidati o nella difesa degli inquisiti e ciò riguarda ormai lo stesso sentire comune.

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questione morale
Fonte Foto: vita.it

Il decadimento dei valori etici e culturali

Tutto ciò comporta un decadimento di valori tramandati sul piano etico e culturale (se etica e cultura servono anche per nobilitare i comportamenti individuali e sociali, per ispirare quella che un tempo veniva definita “rettitudine”), l’emergenza di una cultura prassica ed utilitaristica (si fa ciò che serve piuttosto ciò che è lecito), un diffuso senso di impunità poiché è il “sistema” stesso che garantisce protezioni nelle sue articolate gerarchie.

Non è un fenomeno solo italiano ma prevalentemente italiano. Il recente Rapporto dell’ISTAT sul nostro senso civico ci descrive accomodanti, tendenzialmente evasivi rispetto a norme e regole, superficiali ed inclini a trovare sempre attenuanti e giustificazioni alle loro violazioni. In Italia in fondo molto si imbroglia ma alla fine tutto si aggiusta.

Se il sistema è “marcio” chi seleziona gli onesti?

In genere siamo portati a dare una spiegazione solo economica e strutturale a fenomeni come l’evasione fiscale, il deficit e il debito pubblico, dimenticando che le scelte politiche dovrebbero sempre poggiare su una base etica. Anche per fornire esempi corretti ai comportamenti individuali e sociali.

Ci sono Paesi dove le carriere politiche finiscono per reati che noi consideriamo con sufficienza se non con indulgente benevolenza: copiare una tesi di laurea, molestare anche a parole una donna, ingannare il fisco.

Una delle ragioni del declino italiano consiste proprio in questo lento, graduale ma incessante venir meno del senso civico e nella perdita del significato di “bene comune”.
Ne consegue che a monte di tutta questa congerie di prebende, favori, raccomandazioni, ingiustizie sociali, corruttele nella gestione della cosa pubblica sta – anzi starebbe, visto che non si fa – un radicale rinnovamento della classe dirigente.

Ma se il sistema è “marcio” chi potrebbe occuparsi di selezionare gli onesti?

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