Il disfacimento dello Stato italiano

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Come si scorda di valorizzare un rapporto d’amore di anni, in cui dopo l’eccitazione iniziale segue il disfacimento dello Stato italiano.

L’innocente e generosa Italia e la fumosa Europa

L’Italia nostra, è terra e madre innocente e generosa: i mezzi affinché il suo popolo viva felice, essa li rende giornalmente: attraverso la Signora fumosa più grande d’Europa, che cambia il suo manto ed anche gli umori ed i programmi, la voglia di trekking oppure di neve; comunque, le idee di fruizione di essa per una rigenerazione possibile del corpo e dell’anima di chi la vive sulle pendici; attraverso il mare, regione di grandezza e libertà, un tempo territorio fluido di scambi e commerci d’oro e argento, setati e di cotone, profumati come cannella in polvere o pepe nella Grecia; ancora, l’intreccio dei bagliori di San Marco a formare un fulgido legame su chi si lascia avviluppare il tempo di una visita accurata, per restare esterrefatti e felici, come davanti agli struffoli o agli occhi stellati di Sant’Agata.

Acque nere al molo di Favarolo di Lampedusa

Ma così non è, che va davvero: le nostre torture alle piante, ai fiori e a casa nostra tutta, sono a l’ordine del giorno, così come il perire di ogni forma di buon senso e lucidità; come ciò che ci stiamo perdendo. Pochi giorni fa s’è riversata, al molo Favarolo di Lampedusa, una macchia nera e tenebrosa di gasolio nelle acque dei Caraibi del Sud Europa. Questo, perché i vecchi serbatoi di una barca utilizzata per il trasporto di migranti in fuga, avvenuto tre anni fa, non sono stati svuotati. Altre barche compagne d’avventure di uomini e peripezie, adesso stanche ed invecchiate sono ancora ferme al molo. Diverse altre, già affondate. Eppure, la sollecitazione alla regolarizzazione da parte del Comune di Lampedusa è stata puntuale ma pare, che la Procura e l’Agenzia delle dogane da essa incaricata siano stati gli inceppi del montaggio, tutt’altro che chiari nella dinamica delle responsabilità.

E tuttavia, la mareggiata è arrivata comunque a capovolgere le imbarcazioni. Cosa vogliamo che importi a essa delle denunce, delle sollecitazioni, del tempo perduto a pensare a come aggirare i doveri di ruolo, verso la comunità? Il maltempo, è venuto a toglierci lo scettro di padroni; ci restituisce il nostro stato di assoluta nullità ed impotenza, di fronte la natura che, in quanto madre, non può sempre perdonarci le nostre malvagità.

Questo è valso anche per Licata, Firenze, Matera. È valso per Venezia, a cui abbiamo tolto lo splendore che nei secoli, le nostre mani le hanno conferito. Fare e disfare, disfare e fare ma non per imparare la pazienza del momento giusto, come Penelope apprese nell’attesa  del marito; quanto, piuttosto, per alimentare la nostra ingordigia di fronte ad una tavola imbandita, senza nemmeno riuscire a distinguere i sapori di ciò che la famelicità ci fa divorare senza cura e senza piacere, col risultato di mani e bocche luride e grondanti del niente che è rimasto da sperare.

Dopo l’eccitazione il disfacimento

Gli anni passano, lenti ed inetti e gli uomini stolti, vorrebbero ancora che il nostro paese viaggiasse alla velocità dello Shanghai Maglev o delle opere pubbliche cinesi, dimenticando quanto loro stessi abbiano trascurato di conservare lo stato buono delle rotaie, come si scorda di valorizzare un rapporto d’amore di anni, in cui dopo l’eccitazione iniziale segue il disfacimento.

Quanto tempo gettato via, quanta bellezza vanificata, quanti soldi ingurgitati in buchi neri di indagini e condanne.

Quanto stolti siamo, per non essere in grado di capire che ce n’è per tutti, e che la ricchezza va goduta nella coscienza di ciò che siamo.

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