Definire un boss ”pezzo di merda” è un reato. Condannato il giornalista Rino Giacalone

1
555

È assurda, ma è vera la condanna di ieri, dopo il ricorso della Procura e dei familiari del boss Mariano Agate, nei confronti del giornalista Rino Giacalone.

II giornalista è colpevole, secondo i giudici della Terza sezione della Corte d’Appello di Palermo, di diffamazione nei confronti del boss Mariano Agate, capo mandamento di Mazara, condannato all’ergastolo per la strage di Capaci.

Nel 2013, sul sito Malitalia.it, scritto nello stesso giorno in cui il boss era deceduto all’età di 73 anni, Rino Giacalone aveva pubblicato un articolo dove il boss morto era definito un “gran bel pezzo di merda” .
Giacalone non si era fermato a quella sola parola. Nello stesso articolo “diffamatorio”, Rino ha descritto nei minimi dettagli la “carriera mafiosa” e “giudiziaria” del boss Agate, articolo dove si dimostrava che Agate faceva parte dell’ala stragista di Cosa nostra.
Ma la famiglia del boss deceduto, la vedova Rosa Pace, e due dei tre figli Paolo e Vita, querelò Giacalone. Nel rimanere nell’assurdo, appena è stata formulata la querela, la Procura di Trapani dispose la citazione diretta in giudizio.

La vicenda giudiziaria di Rino Giacalone

In primo grado, nel giugno del 2016, Giacalone venne prosciolto dal giudice di Trapani Gianluigi Visco, “perché il fatto non costituisce reato”, perché per il giudice Visco “l’espressione usata ‘pezzo di merda’ imponeva al lettore di confrontarsi con il sistema pseudo-valoriale di Cosa Nostra di cui era parte l’Agate, in un contesto ambientale nel quale la confusione (o apparente coincidenza) tra valori e disvalori costituisce un obiettivo preciso del sodalizio criminoso”. Insomma, secondo Visco la frase “rappresentava uno strumento retorico in grado di provocare nel lettore un senso di straniamento, per sollecitarlo ad una nuova consapevolezza sulla necessità di sradicare ogni ambiguità nella scelta tra contrapposti sistemi valoriali”.
Però la Cassazione, a cui si sono rivolti la Procura ed i familiari del boss presentando ricorso, ha annullato quella sentenza. Perché?

Ecco perché un mafioso non può essere paragonato alla merda

Si legge nella sentenza di condanna del giornalista, che il “nostro ordinamento riconosce a qualunque essere umano, anche a chi è appartenuto a una associazione malavitosa sanguinaria e nefasta “. Quindi, un mafioso non può essere paragonato alla merda, perché
“il fondamento costituzionale del nostro sistema penale postula la ‘rieducabilità anche del peggior criminale e, pertanto, non può tollerare, neanche come artifizio retorico, la sua reificazione”. E, allora, in questa logica, sorge la domanda “perché esiste il 41 bis per i mafiosi assassini?”. Oppure, è già anche un reato sperare che Matteo Massimo Denaro finisca in carcere e per sempre ?

La mafia è una montagna di merda

Concludendo, sono sempre più convinto che, come diceva Peppino Impastato, la mafia e’ una montagna di merda.

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome qui