L’arte si censura? Il caso Cally

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Pare impossibile, che questo Gennaio volga al termine scevro da cinguettii ed alterchi mainstream: i citofoni, l’Emilia-Romagna, la cattiveria dei social contro Mihajlovic e poi c’è lui, l’argomento della polemica nuovo di zecca: il Festival di Sanremo prossimo. Nei giorni precedenti, anche noi ce ne siamo occupati sottolineando una “stranezza di forma” di Rula Jebreal. Adesso, l’altra questione è: giusto censurare l’arte di Junior Cally?

La funzione dell’arte

Premesso che, prima di esprimere un parere sull’arte, sarebbe bene consultare qualche manualetto da Bellori a Gillo Dorfles. Qui non lo si fa, appunto perché di questi manuali la sottoscritta ne ha sfogliati un paio, insufficienti perfino per parlare di tal dei tali Cally.
Allora, da umili illetterati, ci chiediamo: qual è il compito dell’arte? Forse emozionare, veicolare messaggi, o magari educare. Ed “educare”, significa formare educandi scolaretti tutta casa ed oratorio?”

Noi pensiamo che l’educazione possa essere qualcosa di simile al mostrare diversi aspetti dell’uomo e dell’universo che lo circonda, nelle sue forme più svariate. Allora il rapper ventinovenne ci sta tutto dentro, giacché con una sua passata canzone mostra un lato evidente di una fetta importante di alcuni giovanissimi, d’oggi e di ieri:

I testi dei brani di Junior Cally

“lei si chiama Gioia, perché fa la troia, per la gioia di mamma e papà, l’ho ammazzata, le ho strappato la borsa, c’ho rivestito la maschera”
Che dire. Fotografa alla perfezione la vacuità di una ragazzina agiata e logorroica (come si evince dal resto del testo) che per sconfiggere la noia si concede per soldi; attraverso cui compra una borsa di coccodrillo che finirà sulla maschera di un ragazzo psicolabile; che la ucciderà dopo un amplesso squallido e userà il coccodrillo della borsa di lei, per un vezzo personale. Quadro perfetto di una generazione che, forse oggi più di ieri, ha perso la bussola di ogni forma di valore nei confronti della vita, e non trova una ragione per andare avanti arricchendo lo spirito.

La percezione della comunicazione

Il bello è, che questa vacuità è un modello da seguire per millennials e ragazzini, che vedono autolesionismo e cattiveria come unica possibilità di dominare e farsi strada, fra la toilette di una discoteca e un profilo ultrafollowato.
Non si censura ciò, in quanto forma di comunicazione. Ok, ma educazione a cosa? Alla bravata adolescenziale di emettere spray al peperoncino durante un concerto, e provocare la morte di sei coetanei in fior di vita? A starnazzare a letto con chiunque, salvo poi ritrovarsi in situazioni di pericolo? A spacciare? O ad uccidere per uno smartphone?
No, grazie, l’arte non si censura, ma di questa tenebra umana ne abbiamo abbastanza attraverso la cronaca nera. Forse, riascoltare a Sanremo versi come
“Felicità/ È tenersi per mano andare lontano/ la felicità / È il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente/ la felicità/
È restare vicini come bambini, la felicità
Felicità/
oppure, senza andare troppo lontano “Sincerità/ Adesso è un rapporto davvero/
/Ma siamo partiti da zero/ All’inizio era poca ragione/ Nel vortice della passione/ E fare e rifare l’amore/ Per ore, per ore, per ore”
mostrerebbe più degli aspetti che l’umanità ha bisogno di reimparare a guardare ancora e ancora: incontrarsi, guardarsi, scambiare due chiacchiere, magari in un bel posto non lontano da casa.

Di cosa ha bisogno il mondo oggi?

Bello, se ogni tanto i media e la comunicazione odierni non sciorinassero la bandiera di cattiveria dell’uomo, che fa tanto glamour e produce flussi di miliardi non quantificabili.
Oggi il bene non fa industria, ma se lo reclamassimo a gran voce, forse anche i mercati alla fine virerebbero verso altro. Magari sarebbe l’occasione per tornare a viaggiare fra banchi di scuola, e sognare un futuro migliore della periferia in cui si è nati (Nato ai borghi di periferia/ dove non ci torno quasi più, E. Ramazzotti).
E no, non tirate fuori la storia del conturbante dipinto “L’origine del mondo” di Courbet, perché l’Ottocento era un momento di ricerca, conquista di diritti e sete di sapere da parte di uomini e delle donne di tutto il mondo, che non sapevano nemmeno che forma avesse il loro fondoschiena e quali fossero le pulsioni ad esso legate.
Oggi, di “Gioia” che ballano nude su Instagram, di parolacce nei talk show ed omicidi fra compagnetti di scuola su “Chi l’ha visto”, non ne possiamo veramente più. Junior, come ti chiami, sul palco fiorato attendiamo una ventata d’aria fresca.

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