Il Covid-19 ha scoperchiato il vaso di Pandora

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Coronavirus: siamo giunti alla stazione del decreto anti-contagio, dopo aver valicato il territorio dell’emergenza. Ormai, infatti, è innegabile la pandemìa, vocabolo di cui ormai dovremmo aver appreso il significato e le differenze rispetto al più usato “epidemìa”.

Covid-19: dalla fiction alla realtà

Com’è stato possibile, or dunque, arrivare a toccare numeri in cui i contagiati in Italia sono ad oggi 6387 e 366 le vittime? Le ragioni potrebbero essere diverse; per esempio, pensare che la Cina sia troppo distante: può un virus esotico, lontano quasi ottomila chilometri, raggiungere la nostra civile Italia (già, perché i cinesi saranno pure avanti tecnologicamente, ma noi italiani abbiamo un sistema sanitario considerato fra i migliori al mondo, secondo Ocse e dati UE)  dopo la lezione di Sars nel 2002? Eppure, ad oggi i reparti di terapia intensiva delle zone rosse scoppiano di infetti intubati, inermi e sedati, con gravi difficoltà respiratorie. Anche se questo, non vorrebbe essere un avallo alle teorie dello studioso Melvin Sandelin.

Ma già prima della firma del decreto Conte, ha iniziato a palesarsi uno scenario inedito, in questa culla di civiltà che conosciamo affatto: lezioni tenute su We School con sparuti studenti che a tratti perdono la linea e si assentano dall’aula virtuale, senza reale intenzione (stavolta) di marinare l’ora di lezione. “Non sento, prof., un attimo!”. Ma, ironia della sorte, i ragazzi che la mattina non stanno andando a scuola, con l’universo mondo si connettono alla sera. L’esercente di una nota gelateria al centro storico di Catania, a proposito, ci racconta come la sua attività abbia chiaramente risentito di una decurtazione clientelare: “In gelateria, entrano soprattutto turisti stranieri visto che, come da loro affermato, la Sicilia non sarebbe una regione davvero in pericolo”. I turisti, ça va sans dire, arrivano dall’Europa non infetta, la stessa che effettua meno tamponi pur avendo, sugli stessi, percentuali più alte rispetto alle nostrane. Ma se la gelateria solitamente piena adesso è semivuota, le strade pullulano di gente che sfida il contagio. Parliamo di fiumi di persone strette e serrate fra loro fuori, al freddo, con in mano un drink ottenuto dopo venti minuti di fila in cui spararsi il fiato sul collo altrui, è il minimo da fare per un Moscow Mulino con fettina di zenzero forestiero.

Ciaone Coronavirus, arrivederci caro ciao!

Certo, ove non è possibile trasgredire facendo i marinaretti alla mattina, l’elusione del buonsenso nelle ore notturne resta la cosa più sexy del mondo, per “calandroni” e ragazzini: “Ciaone Coronavirus, arrivederci caro ciao!” sembra il manifesto di questo flusso.

Nessuno dice che di psicosi bisogna morire ma, se prima bastava vivere secondo norme igieniche apparentemente diffuse, adesso è il caso di capire che il numero di contagi, da febbraio, è aumentato notevolmente.

E più il numero si fa alto, più s’alimenta la sfida a suon di alcol e risate. Risate vuote, tipiche di chi di chi nella vita è abituato a vivere in totale libertà ed è per questo, che spesso preferisce rinunciare ad uscire e si chiude a casa a vedere La casa di carta su Netflix. Ma ora, che veniamo invitati a fare a meno di questa indipendenza per prudenza, non se ne parla di rinunciarci. E qui il virus ci ha smascherati per ciò che siamo: un po’ stupidi, egoisti e fragili.

Fuga egoistica dalla Lombardia

Leggo di tutti quelli che stanotte, dopo la bozza del decreto legge sulla Lombardia zona rossa, hanno iniziato ad affollare le stazioni di Milano per rotolare verso Sud: quante persone anche di successo, fra queste, hanno dimostrato di essere sciocche, oltre che profondamente egoiste, pensando di evitare ogni forma di contagio passando per la calca? Ma ci avete pensato alle vostre mamme, papà, nonni e zii? Ai vostri compaesani che hanno scelto di restare e costruire, tentandole tutte affinché la zona di residenza non assuma il colore dell’allarme? A voi stessi, perfino?

Un medico del Sud  ha inviato una lettera a Dagospia, spiegando che il Meridione non è attrezzato  per risolvere una crisi grave come quella che sta attanagliando la cosmopolita Lombardia. Ma a quanto pare, gli italiani non si meritano fiducia alcuna, se non imposizioni severe e multe salatissime.

L’ otto marzo quest’anno è la festa del coraggio

Eppure ci sono anche italiane, a cui va la mimosa di oggi, che lavorano armate di mascherine chirurgiche senza sosta alcuna, che stanno affrontando con coraggio una situazione ancora tutt’altro che conosciuta; uomini inclusi. L’8 marzo di quest’anno è la festa del coraggio, di chiunque stia facendo l’incommensurabile per questo grande, piccolo paese. Lo ricordiamo anche alle pseudo femministe, quelle di Non una di meno che, in un momento così delicato, si inventano un balletto poco fluido contro il patriarcato. Il patriarcato, signori, avete bene inteso.  A fronte di un’unità nazionale labile e difficile, c’è ancora chi in certi momenti non ha nulla di concreto a cui pensare e si diverte a tentare contrasti. D’altronde, si sa, inventare stacchetti con le amiche, magari guardando reperti vintage di Non è la Rai, è una scusa per fare due chiacchiere finto impegnate fra “donne”, e bere birra fino a tardi.

Picnic al Coronavirus

Guardiamoci allo specchio, come siamo diventati. Guardiamo all’Europa, che sembra non voglia elargirci aiuti anche se l’alto rappresentante Ue Josep Borrell oggi ha chiamato Di Maio, per esprimere la solidarietà del popolo europeo. Egregio Borrell, noi ci facciamo il pic nic in terrazza, con la sua telefonata, visto che sono risultati positivi al Coronavirus perfino “privilegiati” come il Presidente del Lazio Nicola Zingaretti e Alberto Cirio, Presidente della regione Piemonte.

Gentile Borrell, le inseriamo nel menu fisso di pranzo e cena, le sue parole di solidarietà: abbiamo bisogno di posti letto, tamponi, aiuti finanziari. Ah, no, vero, Europa cara: siamo in deficit.

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