L’USB denuncia: “Nelle campagne del ragusano anche i bambini impiegati nel lavoro in serra”

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Al tempo del Coronavirus, qual è la situazione nelle campagne siciliane, in modo particolare nelle campagne del ragusano, dove lavorano – con diverse tipologie di contratti, e anche con contratti falsi e in nero – bambini, donne e uomini migranti?

Michele Mililli, responsabile del Coordinamento Lavoratori Agricoli USB di Ragusa, ha realizzato il dossier, che di seguito pubblichiamo, dal titolo “PANDEMIA: I BAMBINI SONO A CASA. NON I FIGLI DEI LAVORATORI SFRUTTATI NELLA CAMPAGNE DEL RAGUSANO – Cronoche dal sindacato di strada”, pubblicato sul sito web di “Gerta Human Reports”, un’ agenzia fotografica e scuola: sperimentale.gertahumanreports.com

Rigo dopo rigo, il sindacalista ragusano, mette a nudo un susseguirsi di situazioni disumane che accadono in Sicilia, come accadono in Libia. In Libia, nel buio dei lager per i migranti deportati, voluti dall’allora Ministro dell’Interno Minniti, in Sicilia alla luce del sole, negli stessi campi da dove arrivano la frutta e la verdura che consumiamo nelle nostre tavole.

Cronoche dal sindacato di strada

“Il sindacato USB da un anno è presente nel territorio ragusano della fascia trasformata con il suo servizio di sindacato di strada, attivato dal Coordinamento Lavoratori Agricoli di Ragusa. Numerosi sono i lavoratori e le lavoratrici che si sono avvicinati al nostro sindacato, lavoratori sfruttati e che vivono in condizioni di forte isolamento.

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Foto archivio

 

Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo nella fascia trasformata non coinvolge solo gli adulti maschi e non riguarda solo il mancato rispetto del contratto nazionale di lavoro. L’isolamento totale a cui sono costretti migliaia di lavoratori, la condizione abitativa fatiscente, i soprusi da parte del “padrone”, sono la cifra reale delle condizioni di vita per migliaia di uomini e donne che contribuiscono a tenere in vita migliaia di piccole aziende nel nostro territorio.

Si tratta di più di 5200 piccole aziende e di più di 28.000 lavoratori e lavoratrici, oltre i lavoratori in nero. Lo sfruttamento di queste donne e di questi uomini genera un’economia reale che permette a migliaia di aziende di sopravvivere in un mercato sempre più globalizzato e concorrenziale.

All’interno delle aziende più isolate vivono famiglie di lavoratori, spesso con molti bambini, in cui non è solo il marito a lavorare nell’azienda stessa o in un’azienda della fascia. Quasi sempre anche le donne e i bambini più grandi vengono impiegati nel lavoro in serra, molto spesso senza contratto o con contratti falsi. Inoltre è presente ovunque il fenomeno del lavoro grigio: i lavoratori vengono ingaggiati per 51 o 102 giornate lavorative, in modo da permettere loro di richiedere la disoccupazione agricola, ma in realtà lavorano il doppio delle giornate, a volte anche 10/11 mesi l’anno.

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Numerosi sono i casi che incontriamo, durante il nostro servizio di sindacato di strada, di bambini e bambine di appena 13 anni che lavorano nelle serre, anche di notte, per 15/20 euro al giorno. A questi minori non solo viene negato il diritto allo studio, ma viene negata anche la possibilità di crescere e di vivere la propria adolescenza in maniera sana. Molto spesso questi vengono utilizzati nei lavori di piantumazione. Quasi tutti i lavoratori rumeni vivono nelle campagne con i propri figli, bambini invisibili che non frequentano la scuola, non hanno accesso al sistema sanitario, la cui infanzia viene negata.

L’unico progetto di scolarizzazione per questi bambini venne avviato nel 2016 dalla chiesa Valdese di Palermo, un progetto che ha visto coinvolte una scuola di Vittoria e una cooperativa locale che attraverso l’utilizzo di un piccolo pulmino accompagnava circa 15 bambini a scuola. Un progetto pilota durato 2 anni che non è stato più rifinanziato dalle istituzioni e che per questo non ha permesso a quei 15 bambini “fortunati” di continuare gli studi.

Nelle aziende più grandi, tra le serre e le stradine di campagna, ci sono veri e propri Palazzi con decine di abitazioni dove vivono anche 150 persone. Ogni famiglia di lavoratori ha a disposizione una stanza di 15 metri quadrati, con il letto, la cucina, il bagno e dove i muri sono fatti di mattoni e il tetto di materiale isolante. Altre famiglie, di etnia Rom, tendono a vivere in comunità e sono spesso vittime dal caporale che le sfrutta anche per accompagnarli al lavoro. Infatti, in mancanza di trasporti pubblici o legali, i lavoratori che non vivono nell’azienda in cui lavorano, sono costretti ad affidarsi al caporale per essere trasportati al lavoro, al costo di 5 euro al giorno. Il caporale funge da intermediario tra il datore di lavoro e il lavoratore, preleva lo stipendio del lavoratore, detiene i suoi documenti, pensa a procurare l’alloggio e a fare la spesa, insomma è l’unico contatto che questi lavoratori hanno per poter sopravvivere ed è l’unico contatto che i padroni hanno con i lavoratori.

Numerose in questi anni sono state le inchieste giornalistiche e le operazioni delle forze dell’ordine che hanno messo in luce anche il fenomeno dello sfruttamento sessuale a cui sono sottoposte numerose lavoratrici. Donne lavoratrici considerate dai padroni a loro completa disposizione, costrette a partecipare a festini e ricattate dai padroni italiani.

Dal 2016 si assiste ad un altro fenomeno di inserimento in questo circuito di sfruttamento di altri lavoratori stranieri: i richiedenti asilo dei centri di accoglienza del territorio. Attualmente nel territorio vivono costantemente nei CAS e MSNA circa 1530 persone. Molti di questi lavorano nelle campagne, senza contratto e per una paga giornaliera di 15 euro. Le ultime azioni della Polizia contro il caporalato hanno dimostrato come l’utilizzo di questi lavoratori, donne e uomini, sia sempre più diffuso, in alcune campagne la maggioranza dei lavoratori presenti in azienda al momento dell’irruzione delle forze di polizia sono appunto di ragazzi provenienti dai centri. In più, molti dei ragazzi che fuoriescono dai programmi di protezione o che ottengono i documenti riescono a trovare facilmente lavoro nelle campagne.

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Questa irregolarità diffusa comporta non solo una perdita economica per il lavoratore ma chiama in causa le responsabilità di chi ha il compito di controllare i fenomeni di sfruttamento lavorativo e spesso invece fa finta di non vedere. La legge contro il caporalato, nata sull’onda dell’indignazione per la morte nei campi di una lavoratrice, ha sicuramente segnato un punto a favore dei lavoratori ma, nel nostro territorio è stata applicata solo come strumento repressivo dalle forze dell’ordine e in poche occasioni. Il risultato è che ad oggi nulla è cambiato.

Nel mese di dicembre del 2019 si è concluso il processo a carico di alcuni criminali rumeni che reclutavano lavoratori e lavoratrici tra le fasce più deboli in Romania per portarli nella nostra provincia e costringerli a lavorare in condizioni disumane, senza far percepire loro una paga e costretti a vivere in case abbandonate e a mangiare cibo scaduto. Le donne, inoltre venivano costrette a prostituirsi. Per la prima volta in Italia si è arrivati alla condanna di un’organizzazione criminale dedita alla tratta di esseri umani anche a scopo lavorativo. Queste lavoratrici e questi lavoratori venivano sfruttati nelle aziende della provincia ragusana, da imprenditori italiani senza scrupoli. L’USB continuerà a battersi per i diritti di questi lavoratori, che non si limitano a rivendicazioni salariali: qui sono in gioco i diritti umani”.

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