Coronavirus. Conosciamo la crisi economica, sociale e dei diritti. A quando quella trasformativa?

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“Sappiamo tutto del prezzo della crisi economica. Ce lo ripetono come un mantra tutte le volte che devono attivare il senso di colpa per giustificare che la produzione non essenziale non può fermarsi.

di Dafne Anastasi

Ce lo ricordano tutte le volte che devono creare il nemico interno e quindi mettere contro lavoratori “privilegiati” che possono lavorare da casa, lavoratori che devono subire ogni condizione di insicurezza e lavoratori senza lavoro.

Ce lo ricordano tutte le volte che la scienza dice no ma i grandi gruppi industriali assicurano che è tutto sotto controllo. Passando sopra i morti che ci sono, le mappe dei contagi che non si conoscono, le sospensioni disciplinari a chi ha difeso il diritto alla salute nel suo posto di lavoro, le sanzioni a chi ha osato proclamare sciopero sfidando la bolla dell’ipocrisia di una sicurezza che non c’è.

Sappiamo tutto della crisi sociale. Della fame che aumenta, dei bambini che di colpo diventano adulti, delle donne che per cui la quarantena diventa la prigione, della paura della solitudine e di guardarsi dentro senza vie di fuga, di un disabile lasciato a se stesso che vive solo delle carezze della sua famiglia, del lavoro agile che con le attività didattiche sospese diventa doppio carico di lavoro per le mamme.

Sappiamo degli affitti senza stipendi, dei detenuti senza possibilità di parlare con i loro affetti e con la paura di morire come topi in gabbia, dei senzatetto che oltre che invisibili diventano colpevoli, delle famiglie che diventano ammortizzatori sociali in nome e per conto dello Stato, di un ultimo addio con una lacrima solitaria che nessuno potrà mai vedere.

Sappiamo tutto della crisi del diritto, della cessione della libertà di movimento per la salute pubblica, del paradigma ripetuto del debole coi forti e forti coi deboli, dei droni sulla testa, degli abusi ai controlli, del delirio di onnipotenza di chi sceglie cosa è consentito e cosa non lo è, degli anziani relegati alla base della piramide selettiva, del rischio contagio scaricato sulle base della piramide lavorativa.

Ci illudiamo di sapere tutto sulla crisi sanitaria. Saturati di numeri senza spiegazioni. Altalene che salgono, scendono, cambiano parametro. Esperti che affermano, smentiscono, si contraddicono.

Quella che non abbiamo esplorato collettivamente è la crisi trasformativa: l’ ideogramma dell’altra faccia della medaglia.

Quella che avrebbe potuto farci mettere in discussione il rapporto con i consumi inutili strappandoci di dosso l’incisione del codice a barre delle multinazionali on line, che fanno profitti mentre i facchini si ammalano nei capannoni della logistica

Quella che avrebbe potuto non trasformarci nei padroncini annoiati dei riders al tempo del Covid 19. Quella che avrebbe potuto ricordarci che il modello predatorio di estrattivismo che ruba spazio alla natura e agli animali si ritorce contro con le mutazioni genetiche e i salti di specie.  Quella che avrebbe dovuto puntare i fari sugli allevamenti intensivi. Quella che avrebbe potuto intercettare le traiettorie degli esclusi dallo Stato sociale e chiedere a gran voce giustizia sociale incondizionata invece di fare lo screening alle categorie e dare le pagelline morali.

Quella che avrebbe potuto dire al quarto potere adesso basta con la dittatura degli ascolti e i comitati di redazione compromessi con le aziende: siete responsabili delle falsità che veicolate e delle pressioni che recepite.

Quella che avrebbe potuto rivoltarsi contro i Ponzio Pilato, i negligenti, gli incapaci, i criminali.

Quella che avrebbe potuto pretendere una volta per tutte la redistribuzione del reddito e cancellare dalla faccia della Terra i paradisi fiscali

Quella che avrebbe potuto stanare l’ipocrisia dei sindacati che abbaiano alla luna, firmano protocolli che buttano acqua sulle lotte e fumo negli occhi, avallano codici fisarmonica e scappatoie nei Decreti

Quella che avrebbe potuto dire che la vita di un lavoratore vale più di una percentuale di un pil già drogato dalla evasione fiscale e dalle mafie

Quella che avrebbe dovuto pretendere il reato di omicidio sul lavoro

Quella che avrebbe potuto cancellare il senso di dominio e onnipotenza per tenersi stretta la bellezza della vulnerabilità e la potenza dell’indistinta assenza di certezze

Quella che avrebbe potuto imprimere nella memoria collettiva il definitivo e irreversibile mai più la salute legata ai profitti

Abbiamo vissuto l’intreccio delle crisi, lo squarcio del velo e l’esplosione di ogni contraddizione senza cogliere il grande potere trasformativo della paura e della fragilità.

Abbiamo subito la semantica della guerra, degli eroi e della militarizzazione delle scelte. Siamo stati catapultati nell’era dell’assenza di carnalità ma non abbiamo trasformato le nostre anime.

Eppure una possibilità ce l’avevamo e magari ce l’avremo ancora. Si chiama cura e non ha bisogno dell’autocertificazione né dell’Esercito per le strade”.

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