Come affrontare il dilemma di mettere al mondo un figlio, con un lavoro precario? La parola allo specialista

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Foto di Francesca Borzì

Uno fra i quesiti esistenziali più frequenti, che molte giovani donne si pongono la mattina di fronte lo specchio, è:

Posso fare un figlio anch’io, anche se non ho una posizione lavorativa stabile?”

Il cruccio è ricorrente, soprattutto per le ragazze alla soglia dei trent’anni, età in cui il ticchettio dell’orologio biologico comincia a farsi più insistente. Così come la necessità di un futuro lavorativo stabile. La risposta non è scontata.

Per questa ragione, abbiamo chiesto consiglio ad uno psicoterapeuta esperto

che ci ha illustrato come, secondo lui, una donna potrebbe affrontare questo momento di transizione inquieta.

Il dottor Emanuele Lo Monaco, specialista formatosi presso l’IRPA di Massimo Recalcati, a Milano, ci spiega come l’approccio della psicanalisi alla maternità sia materia complessa. “Innanzitutto, noi facciamo nostra la versione di Sigmund Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, in cui lo psicoanalista austriaco afferma che non è possibile comprendere i fenomeni psicologici senza cogliere l’epoca storica in cui viviamo. Questa precisazione è importante per rendersi conto che l’inconscio non sta sulle stelle, ma è legato a precisi contesti sociali. Ad esempio, è un dato oggettivo che oggi la maternità è più difficile, rispetto ad altri momenti storici.

Foto di Vittoria Petronio

Il dottor Lo Monaco si riferisce soprattutto ai decenni scorsi, precedenti agli anni ‘70, quando le conquiste della seconda ondata femminista hanno condotto all’ottenimento del divorzio, all’interruzione di gravidanza indesiderata (scelta che comunque, non è mai da prendere alla leggera) e all’abolizione del delitto d’onore a favore degli uxoricidi.
È chiaro che, di conseguenza a questi risultati, l’approccio della donna nei confronti della famiglia è molto cambiato: ella ha testato le sue possibilità di crescente indipendenza e coscienza di ciò che voleva diventare. Ciò è ancora più evidente, se comparato al periodo in cui la figura della madre corrispondeva a quella della “mamma chioccia”. Ovvero, colei che rinunciava alla propria vita e femminilità per accudire la prole, stabilendo un rapporto simbiotico e di possesso con i figli. Ciò, non senza conseguenze familiari, sociali e politiche.

Ma”, afferma Lo Monaco, “A prescindere dall’epoca in cui la donna vive, ogni maternità è sempre un’adozione, come spiegò la psicanalista francese Françoise Dolto, allieva di Jacques Lacan. E per la madre contemporanea, che Recalcati ha definito madre “narcisistica”, ciò potrebbe costituire un intralcio. Questo perché i tempi attuali sembrano plasmare le nostre vite secondo il famoso “principio di prestazione” nei confronti del lavoro e della società in genere, come analizzato dalla scuola di Francoforte.

È pur vero, però, che diventare mamma continua ad essere un desiderio di molte donne, sempre più complessate verso il pensiero di un futuro dignitoso proprio e del figlio. Mettere al mondo un bambino comporta dei costi innegabili: vestitini, body, pigiamini usati per pochissimo tempo e ancora baby sitter, latte in polvere, omogeneizzati. Poi, i futuri investimenti per un domani dignitoso che ogni madre vorrebbe poter assicurare ai propri figli.

Ma la madre che decide di essere tale, abbracciando il senso di adozione come slancio in avanti verso la creatura da amare, deve inevitabilmente saper perdere qualcosa”, afferma Lo Monaco. “Nel caso di una madre contemporanea, questa deve saper rinunciare a un po’ dell’eccesso dell’affermazione di sé, per donare amore al figlio e fargli un po’ di spazio”. Da non confondere, come spiegato dallo psicoterapeuta, il concetto d’amore per se stessi con quello di affermazione di sé: nel primo caso la donna si ama e sta bene con se stessa e col prossimo, inclusi i figli. Mentre, la potenza affermativa del narcisismo sfocia inevitabilmente nel cinismo e nell’insofferenza.

Foto di Paola Tortorella

“Al contempo”, continua lo psicoterapeuta, “È fondamentale non identificarsi con l’oggetto della perdita (nel caso della madre contemporanea, con l’eccesso di attenzioni rivolte a se stessa) per non soffrire dei cambiamenti portati dalla gravidanza e dal post parto. Ricordando sempre, ed è fondamentale, che l’atto d’amore non è soltanto dare a qualcun altro. Diceva Romeo all’amata Giulietta, “Più ti do, tanto più io ho”, ad evidenziare come ogni sacrificio d’amore non costituisca in realtà una sofferenza. Piuttosto, ripaga delle privazioni.

Certo, il dottor Emanuele Lo Monaco specifica che è importante, per la donna che vuole lavorare e diventare mamma, la tutela da un punto di vista legislativo ai fini di crescere il proprio bambino in serenità.
Ed in effetti, le leggi per la tutela della donna lavoratrice in gravidanza ci sono. A partire dall’art.37 della Costituzione italiana, che tutela la maternità e cita:

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La donna incinta, infatti, non può essere licenziata fino al compimento del primo anno di età del bambino. Ma le mamme lamentano spesso di fogli di dimissioni in bianco da firmare e riempire coi propri dati, nel caso di un’eventuale dolce attesa; protestano contro atteggiamenti di mobbing subiti presso il posto di lavoro. Inoltre, secondo ricorrenti testimonianze non sarebbe facile rientrare al lavoro dopo la maternità.

Nell’impiego pubblico, la conciliazione fra il mondo professionale e familiare è più semplice, visto che le donne sono innegabilmente più tutelate. Questa è probabilmente la ragione che porta molte ragazze a scegliere l’impiego statale. “Personalmente, non me la sentirei di colpevolizzare nessuno per questa scelta”, afferma il dottor Lo Monaco.
Ma le vessazioni di una madre in campo lavorativo si combattono con la forza di chi sa di avere tutti gli strumenti normativi dalla propria parte, inclusa la possibilità di difendersi attraverso il gratuito patrocinio, qualora si fosse in difficoltà economiche.

Non significa che sia facile ma è pur vero che, come ricorda lo psicoterapeuta, “Data la maternità come un fattore non solo economico, se il desiderio è sufficientemente forte o coraggioso si sfidano anche le situazioni più difficili. D’altronde, il grande insegnamento del femminile da un punto di vista psicoanalitico ci insegna la grande capacità della donna, di saper andare oltre i propri limiti, se ella vuole”.

È doveroso chiedersi”, continua lo psicoterapeuta, “se un figlio potrà avere il giusto sostentamento. Ma, senza retorica: ciò che serve a un figlio è l’amore. La psicoanalisi, a proposito, ci insegna che l’amore è dare ciò che non si ha. È un segno della propria mancanza, insufficienza. Non ci si può limitare alle cure materiali. Un bambino è felice se nel volto della madre vede uno sguardo che lo riconosce. La madre dev’essere capace di trasmettere fiducia, serenità e amore. Ed necessario che ogni donna scopra, qualora volesse diventare mamma, il proprio modo di fare “il balzo in avanti”. Al fine di amare e farsi amare”. Praticamente, il senso della vita.

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