Emergenza Covid Catania, Liberti: “Screening di massa e isolamento. Così stiamo cercando di limitare i contagi”

0
264
Foto, Mari Cortese

Sulla gestione dell’emergenza Covid abbiamo intervistato il commissario Pino Liberti che ha spiegato le strategie in azione per contrastare il contagio del virus.

Pino Liberti ha trascorso la sua vita professionale esercitando l’attività di infettivologo nel reparto di Malattie infettive del Cannizzaro di Catania, diretto dal Carmelo Iacobello. A fine marzo viene messo a capo del reparto Covid sempre del Cannizzaro. Il 7 maggio viene nominato commissario ad acta dell’emergenza Covid all’Asp di Catania. A lui abbiamo chiesto di spiegarci l’attuale quadro generale dell’emergenza sanitaria.

Qual è la situazione attuale del contagio?

Oggi abbiamo registrato a Catania 100 casi. Sono diminuiti ma lasciamo lontane espressioni di giubilo. Il territorio non riesce più a seguire da vicino i pazienti per l’enormità del numero dei casi. Molti dei ricorsi all’ospedale pertanto sono dovute alla preoccupazione di persone, anche se stanno bene, sapendo che sono positivi o sospettando di esserlo.

Il grosso numero di casi si ripercuote sull’impossibilità del tracciamento dei contagi, tanto è vero che 10 regioni su 20 hanno dichiarato di averci rinunciato. Noi resistiamo ma più che essere efficaci in giornata ritardiamo di uno, due giorni. I laboratori a volte ci caricano i risultati con qualche ritardo, quindi noi chiamiamo la gente solo quando abbiamo i risultati.

Il sistema sanitario come sta rispondendo? Quali sono le strategie in atto per contenere la diffusione del virus?

Complessivamente quest’ondata che ci ha travolto sta causando qualche difficoltà. Quindi inutile nascondersi perché non va tutto bene, ma è anche vero che non va tutto così male. Questo perché stiamo tracciando con degli screening di massa che abbiamo iniziato e che continueranno. Da questi stiamo individuando tanti positivi asintomatici, nell’ultimo fine settimana un migliaio. Mettendoli in isolamento non diffondono il virus. L’obiettivo è quello di individuare tracciare e mettere in isolamento il maggior numero di persone possibili.

Noi stiamo assumendo dei giovani colleghi in modo da inseguire le persone isolate che devono essere liberate, i referti dei tamponi. Stiamo facendo quello che è possibile e a volte anche quello che non è possibile. Qualche volta sbagliamo, ma di certo non manca l’impegno sia mio che soprattutto di chi lavora con me.

Tantissime critiche stanno piovendo, in questi giorni, per un mancato potenziamento del sistema sanitario. Cosa poteva essere fatto prima dell’arrivo di questa seconda ondata ondata?

Il potenziamento del territorio lo fai quando sai con chi hai a che fare. È come gli ospedali. Tutti dicono ci potevi pensare prima a chiudere gli ospedali e quindi impedire, in un momento di apparente calma, alla gente di andarsi a curare. Questo perché quando individui reparti covid sottrai altro tipo di sanità. Non puoi assumere tutta la gente che vuoi, perché non esiste. Non abbiamo a disposizione tutti gli pneumologi, infettivologi, internisti che vogliamo. Non abbiamo rianimatori. Sono come i panda, non ci sono.

In questa situazione immaginare, come dice qualcuno, di aprire un ospedale unico e mettiamo i malati covid li, si può fare, ma mica possiamo mettere i pazienti in autogestione. Quindi dovremmo prendere personale da altri ospedali. Non sarebbe un’operazione intelligente.

I leoni da tastiera, secondo me sbagliano. Perché chi esprime una critica legittima deve essere sempre nelle condizioni di pensare di potere fare meglio. Pochissimi sarebbero più bravi, appassionati e competenti di chi in questo momento decide. Anche la politica, in questo difficile momento, dovrebbe agire pulita, senza utilizzare strumentalmente un contagio in più, un tampone che arriva o non arriva o un posto letto che si trova o non si trova.

Secondo lei è stata corretta la decisione di classificare la Sicilia zona arancione?

La Sicilia è zona arancione perché dei 21 parametri presi in considerazione per la classificazione del rischio, in due noi eravamo fuori scala: il tracciamento e il numero di posti letto ospedalieri. Questa è una verità. Però c’è da dire che la fotografia su cui hanno dichiarato la zona arancione risale al 26 ottobre. Se avessero preso in considerazione la situazione al 2 novembre tutte e due le difficoltà si sarebbero affievolite. L’assessore ha infatti presentato il piano dei posti letto. L’indice Rt, inoltre, si è abbassato da poco meno di 1,5 a 1,24. La situazione era al limite. Si poteva decidere in un senso o nell’altro, com’è stato per la Campania. 

Ora alcune regioni sono diventate o arancioni o rosse perché sono parametri estremamente volatili, cioè la situazione nelle varie regioni cambia di giorno in giorno. Quindi ha ragione? Non si sa. È chiaro che quando si assumono decisioni politiche bisogna stare in un equilibrio tra salute pubblica ed economia. Non deve accadere che non moriamo di coronavirus e poi moriamo di fame. Questo equilibrio è molto difficile da raggiungere.

Come si può uscire da questa crisi sanitaria?

Ci vuole oggi, più che mai, unità. Riguarda anche tutte le branche mediche che fanno parte di un sistema complesso  e che solo se è unito porterà al risultato. Se ognuno pensa alla sua nicchia e non all’impianto complessivo non andiamo da nessuna parte. Anche gli amministrativi delle strutture sanitarie sono fondamentali, se prima facevano 10 pratiche, oggi nello stesso tempo ne devono fare 25. Questo significa emergenza. Se ciò non viene capito non ne veniamo fuori da questa vicenda.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome qui