L’esibizione di dolore e sacrificio: perché?

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Clotilde, agente penitenziario ammalatasi di Covid 19, ha la “premura” di pubblicare un video dal suo letto, mentre le infilano la testa dentro il casco dell’ossigeno: faccia gonfia, mento in primo piano, capelli lunghi e unti. Ci tiene assolutamente a dire su Facebook che il virus colpisce anche i giovani come lei. Seppur riesce a respirare con fatica, preme il bottone della camera e registra.

Martina, infermiera napoletana, pubblica sul suo profilo un selfie dopo le ore di lavoro in ospedale: mostra il viso estremamente piagato dalla mascherina e dai dispositivi di protezione. Ma sulla faccia, un ghigno di soddisfazione un po’ stonato. Da selfie nel bagno della discoteca.

Martina, infermiera di Massa Carrara che dal selfie di post lavoro dopo la terapia intensiva, diventa testimonial per il famoso marchio DoDo.

Alessia, infermiera di Grosseto, antesignana del selfie da “volto segnato”. Anche bella, nonostante i segni: vuoi per questo, ma anche per aver giocato d’anticipo, è diventata simbolo della lotta al Coronavirus; viene invitata a moltissimi programmi televisivi. Perfino alla Mostra Internazionale di Venezia, ha avuto l’onore di calcare il red carpet e di essere premiata.

Se qualcuno ottiene una soddisfazione personale per un gesto eroico o semplicemente per aver svolto bene il proprio lavoro è un dato positivo e di cui andare orgogliosi. Da divulgare ad amici, parenti e genitori.

Ma succede che esiste molta gente che vive il dolore quotidianamente, a intermittenza o una tantum e non ha voglia di trasferirlo fuori. Tantomeno nel momento in cui lo sta provando. In effetti, come si fa a tenere in mano un telefonino mentre si prova tanto male? O addirittura, a scrivere sopra la foto/il video una spiegazione minuziosa dell’esperienza traumatica in live? Perché? Per fare un monito a chi al dolore non ci crede, sì. Ma per quello ci sono già medici, biologi e ricercatori che ogni giorno ci mostrano immagini del loro lavoro e di teorie più o meno consolidate attraverso le tv, i giornali e i saggi tecnici, sull’evoluzione del Covid 19.

Per questo è singolare, che un paziente o altre figure non prettamente del settore debbano sostituirsi a una figura esperta per sbandierare in modo ostentato, cosa significhi essere malati di Coronavirus. Quantomeno, se ancora siamo decisi ad affidarci a chi la disciplina biologica della virologia la studia da anni. Resta ovviamente un fatto abbastanza naturale, che ognuno scelga il proprio “virologo di riferimento”.

Comunque, una ragione plausibile per comprendere l’esibizione dei momenti di dolore c’è, ma è probabile che escluda chiunque soffra molto, come chi faccia il lavoro per cui è pagato, con dedizione e sacrificio, senza ostentazioni o vittimismi fuori luogo: potrebbe trattarsi di una volontà di affermazione del proprio ruolo; oppure, di una ricerca di assensi ed affetto, da parte dei followers. Insomma, un piccolo momento di gloria in una vita che chiunque sogna in grande e invece si fa grigia e stretta, fra le tortuosità dei vicoli del quotidiano. Quale occasione più ghiotta dell’emergenza Coronavirus, se non quella di mostrare al volto del mondo (social) i propri martiri sperando, giacché ci siamo, nella chiamata di Bruno Vespa? Lo psicologo Luciano Crescenzo, ha fatto un’analisi interessante a proposito della ricerca del quarto d’ora di celebrità a tutti i costi, come fenomeno collettivo, nel suo libro La società dei selfie.

Certo, il riconoscimento e la gratitudine verso chi svolge il proprio lavoro, senza comparsate, fra le pareti degli ospedali difficili e intasati di pazienti è ai massimi livelli. Ma è stata una scelta di chi l’ha fatta. Nella gioia e nel dolore odierno, di ieri e di domani. Anche l’empatia nei confronti di chi è in reparto Covid o in terapia intensiva è profonda e incontestabile.

Ma mettere in scena il dolore e il sacrificio fisico, in un momento in cui c’è bisogno di conforto e di pensieri volti al bello per alleviare la pesantezza del pensiero, forse non è la strategia migliore per venirne fuori meno spezzati possibile.

Concretamente, sarebbe più rincuorante ed efficace se gli stessi pazienti e infermieri “selfati” coi macchinari e i volti segnati dall’armatura, mettessero la loro faccia per sensibilizzare i guariti dal Covid 19 verso la donazione di plasma iperimmune, che potrebbe essere impiegato per i malati che ne hanno bisogno e, spesso, non possono tenere in mano il telefonino per spiegare quanto potrebbe risultare utile.

È per loro e per chiunque soffra a luci spente, che quest’articolo è stato scritto.

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