“Oscurare Trump sinonimo di potere privato anarchico e capitalista”. Intervista a Lorenzo Castellani

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L’assalto di un gruppo folto di trumpisti a Capitol Hill, cuore istituzionale di Washington e la successiva censura dei capitalisti del mondo dell’espressione digitale nei confronti di The Donald, ritenuto responsabile di aver aizzato i disordini, hanno diviso intellettuali e cittadini che dispongono, fruiscono e subiscono l’informazione e i contenuti digitali.
Ne abbiamo parlato con Lorenzo Castellani, professore di Storia delle Istituzioni Politiche alla Luiss Guido Carli di Roma, politologo di successo ed editorialista per Panorama.it.

L’ingranaggio del potere è il suo ultimo libro, in cui si occupa di posizioni contrapposte ma intrecciate fra le istituzioni democratiche e competenze tecnocratiche. Dopo la censura degli imprenditori del digitale verso Trump, il tema sembra più attuale che mai..

Ci sono due tipi di tecnocrazia: quella pubblica, la cosiddetta “deep state” rappresentata dalle burocrazie, dagli apparati di Intelligence e da quelli militari e poi la tecnocrazia privata: per intenderci, quella degli ingegneri e delle grandi multinazionali digitali che svolgono una funzione economica ma anche politica.
Poter oscurare il Presidente degli Usa sulle piattaforme social non è solo un grande esercizio di potere giacché, per la sua valenza, è realmente equiparabile a un esercizio di funzione pubblica, quasi costituzionale, che stabilisce quanto esteso dev’essere il diritto e la libertà di parola. È il nocciolo principale della questione.

Ma Trump è stato oscurato come succede a molti comuni cittadini che non postano contenuti graditi. Per la par condicio. O no?

Intanto Il fatto che questa cosa riguardi anche gli altri cittadini non assolve i social network. Anzi, forse peggiora la loro posizione. Da lì, si capisce quanto sia penetrante il loro controllo.
Quando ciò succede rispetto a un’istituzione con una sua opinione, per quanto discutibile possa essere, la partita si fa politicizzata.
Inoltre, questo atteggiamento avviene solo nei confronti di alcuni politici, appartenenti ad alcune nazioni, ma non non nei confronti di molti altri.

Appunto, Zuckerberg censura Trump ma Erdogan continua indisturbato la sua propaganda sulle piattaforme digitali..

Erdogan ma anche Maduro e molti dittatori africani usano i social network indisturbati. Maggiormente, il controllo politico in internet viene esercitato sui paesi occidentali. E questo è molto preoccupante.

È il futuro che ci impone la tecnocrazia privata digitale? Dobbiamo subirlo? O abbiamo modo di uscirne senza restare fuori dal giro?

In questo senso, l’unica possibilità di contrastare questo elemento è di “costituzionalizzare” il dibattito sui social network. Se sono un luogo aperto al pubblico, ferma restando la proprietà che resta privata, c’è un interesse pubblico da difendere, dove andrebbero applicati i principi costituzionali.
O, in alternativa, i proprietari delle piattaforme dovrebbero assumere un ruolo pari a quello degli editori, così da poter essere responsabili penalmente per quello che viene pubblicato su di esse. Di certo questa forma anarchica va troppo a vantaggio del capitalismo digitale.

A quali principi costituzionali si riferisce?

Mi riferisco al diritto della libertà d’espressione e manifestazione del pensiero enunciati nella nostra nostra Costituzione all’art.21. Nel caso degli USA è il I emendamento della Costituzione che garantisce la libertà di parola.

Il voto latino e una parte del voto nero ex democratico ha scelto Trump alle ultime elezioni (sostenendolo nella costruzione del muro, iniziata da Clinton e proseguita con Obama, ndr): com’è cambiato l’elettorato nei confronti del partito repubblicano, dalla presidenza di Donald Trump?

Dal 2016 l’elettorato dei repubblicani è molto cambiato: all’elettorato tradizionale della classe medio alta e della parte più conservatrice del paese, in termini culturali e religiosi si sono aggiunte nel 2016 le working class impoverite, del Midwest soprattutto, che hanno portato Trump a vincere le prime votazioni: bianchi di mezza età non laureati, nei distretti industriali impoveriti, hanno votato Trump per la forza del suo messaggio. Quindi questo stile molto diretto, semplice, televisivo e poco “pedagogico”, vicino anche alle persone meno istruite; praticamente il contrario di ciò che diceva la Clinton. Le scorse votazioni invece, una parte di quell’elettorato è tornato democratico o è rimasto a casa, compensato però dall’aggiunta delle minoranze: ovvero, coloro che appartengono a ceti medio bassi che non si sentono valorizzati dalla globalizzazione e sono costretti a fare due o tre lavori, che vengono pagati poco.

Quindi sono stati dei voti per Trump, non per il partito repubblicano..

Sì, la maggior parte. Se parliamo di stati interni, quelli tradizionalmente più repubblicani come il Texas o l’Ohio, questi sono voti al partito repubblicano. Ma quando parliamo di Midwest e minoranze, sono assolutamente voti di Trump.

Quali, se ci sono, le analogie fra i manifestanti morti a Capitol Hill e quelli uccisi fra i Black Lives Matter?

Motivi molto diversi, con gli stessi esiti tragici: nel caso dei Black Lives Matter la polizia interviene subito, in maniera molto decisa ed esaspera lo scontro, compie abusi nei confronti degli afroamericani, trovandosi oggettivamente a fronteggiare non solo chi manifesta pacificamente ma anche violenti, persone che compiono atti criminali che spesso non sono legati alla politica. E non riescono a controllare queste rivolte.
Dall’altro lato, la protesta dei trumpisti sfugge di mano perché la sorveglianza del Congresso è troppo blanda; forse perché la polizia, per molti aspetti, simpatizza per Trump. In questo caso, la situazione va fuori controllo per la ragione opposta: mancata reazione. Ma una volta che le proteste entrano dentro le istituzioni bisogna per forza intervenire. E, purtroppo, anche qui ci scappano i morti.

Il sentimento di indignazione ed empatia nei confronti dei morti però non è stato uguale..

I media considerano Black Lives Matter una protesta giusta perché gran parte sono progressisti: per loro la violenza è un modo attraverso cui affermare una maggiore parità delle minoranze. Così scusano i disordini.
Anche perché, diciamo la verità, quelle proteste esercitano le proprie azioni violente non nelle istituzioni o nei quartieri ricchi, ma nei centri città o nelle loro zone periferiche. Quindi, gli appartenenti al mondo dell’establishment non vengono toccati dalla questione.
Al contrario, l’altra protesta colpisce il cuore di Washington e delle istituzioni. Ed è proprio lì, che i media sono intransigenti. L’effetto shock è maggiore: hanno profanato il Congresso del più importante parlamento al mondo.

C’è stato un atteggiamento generale di presa di distanza da parte di molti esponenti delle destre europee da Donald Trump. Lo trova costruttivo per un’unità d’intenti volta a sconfiggere il globalismo?

Dissociarsi da un assalto alle istituzioni è un conto ed è corretto, in un ambito democratico dove governa chi viene eletto.
Trump ha avuto oggettivamente una condotta discutibile, dalla fine delle elezioni ad oggi, al di là delle ragioni sui brogli ma è ovvio, che se questo sfocia nell’abbandono del messaggio che ha portato alla vittoria di Trump, non è un buon affare per le destre. Ed è proprio ciò che vorrebbe l’establishment progressista: far sovrapporre il termine conservatore/repubblicano al termine “fascista”.

Facebook censura Trump solo oggi, ma con Trump e le campagne dei repubblicani ci ha straguadagnato. Non è troppo semplice oggi, a elezioni perse, abbandonare la nave?

Classica dinamica, da sempre conosciuta. Il capitalismo l’ha sempre fatto, da Rockefeller in poi.

I manifestanti “fascisti” che hanno assaltato il Senato americano saranno la strada verso l’oblio della buona politica in ambito lavorativo, economico, di politica estera e valori identitari portati avanti da Donald Trump?

Per i prossimi mesi sicuramente ci sarà un tentativo di dissociarsi dalla figura di Trump, che viene adesso associata al caos. E nessun politico vuole identificarsi col disordine.
Però non dobbiamo dimenticare che Trump, col suo messaggio, ha ottenuto più di 70 milioni di voti. È vero, ha perso le elezioni ma quei molti milioni di voti non si sono identificati con le idee di Romney o col linguaggio di Bush, ma con le sue idee. E sono milioni di voti che restano.

Moltissimi commenti di centinaia di utenti di Facebook verso Zuckerberg, che spiega le ragioni della censura, non sono stati teneri..

Zuckerberg non ha censurato Trump fino all’ultimo giorno, perché ha fra i suoi amici diversi repubblicani e perché, come lei diceva, ha fatto soldi con Trump e le sue campagne. Zuckerberg è stato più lasco nei confronti del tycoon rispetto a Twitter e solo alla fine è sceso dalla nave. Certo, non l’ha fatto in maniera molto elegante, dopo essere stato così accondiscendente con il trumpismo.
È normale che ci sia malcontento nei suoi confronti.

Ma ci si aspetta che l’opinione pubblica abbia un po’ più di lucidità sul potere immenso e, quindi, potenzialmente pericoloso dei social network?

L’opinione pubblica siamo noi: giornalisti, professori, intellettuali, conduttori televisivi. Ma essa è divisa fra il 10% che andrebbe a manifestare a Capitol Hill, un’altra percentuale che ha un obiettivo senso della realtà e un 80% liberal progressista, che ha la sua lente di lettura. Ciò confonde chi legge e chi ascolta.

C’è una tendenza generale ad assimilare gli assaltatori del Congresso col mondo conservatore in generale. Le va di smentire queste fantasie?

È una follia. Come se noi identificassimo tutta la sinistra coi centri sociali. Come dire che quelli che contestano Salvini con i fumogeni siano equiparabili a tutto ciò che c’è nei partiti di centro-sinistra, da Renzi in poi.
Il partito repubblicano, poi, ha dentro di tutto: le famiglie dell’aristocrazia finanziaria americana, i miliardari petrolieri, la classe media degli stati interni. Identificare il mondo conservatore con uno sciamano che porta le corna o con gente vestita in modo stravagante, che ha invaso il Congresso è una brutale semplificazione. È sporcare la verità.
I valori dei conservatori sono ordine pubblico, dialogo, rispetto delle istituzioni. Caratteristiche di cui la destra si è sempre fregiata. Il resto è manipolazione.

Infine, ricordiamo che gli invasori del Campidoglio erano poche centinaia di persone. Trump ha ottenuto oltre 70 milioni di voti. Di che stiamo parlando?

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