Ecco perché Sigi non poteva accettare l’accordo con il Comune di Mascalucia

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Stadio Angelo Massimino di Catania. Foto: Salvo Giuffrida
L’offerta del Comune di Mascalucia non poteva essere accettata da Sigi perché non efficace alla riduzione del debito. Parti distanti mentre il tempo passa inesorabile.
 
“La convenienza del Comune non è mai del Sindaco né di nessuno, si chiama cosa pubblica e ragiona con gli strumenti del diritto amministrativo e che la legge consente“. A dirlo l’avvocato del Comune di Mascalucia Grazia Tomarchio in un’intervista rilasciata il 17 novembre al Catanista diretta da Attilio Scuderi. Sempre nella stessa intervista Tomarchio lancia un atto di accusa pesantissimo contro la precedente gestione, che dal 2013 ha dato feedback negativi sino ad arrivare alla sentenza del Tar che sancisce la legittimità dei crediti avanzati dall’amministrazione oggi guidata dal sindaco Vincenzo Magra.

La posizione del Comune di Mascalucia

Nella sua puntuale spiegazione Tomarchio dice: “I crediti di natura tributaria sono indisponibili, il che vuol dire che c’è una difficoltà oggettiva, rappresentata dalla legge, a poter divenire ad un accordo transattivo. Mentre altre tipologie di credito, che possono essere di natura risarcitoria, afferenti al diritto urbanistico, possono essere oggetto di una trattativa più ampia”.
 
Da qui nasce la proposta di cash subito per una somma pari a 1,4 milioni, di una rateizzazione per 700 mila euro, per poi finire con un rimborso delle rimanenti spettanze con una specie di “baratto amministrativo“: servizi e opere in controvalore.

L’esigenza di Sigi

Tacopina ha dato da tempo il suo diktat: ridurre il debito. Non quindi trasformarlo o dilazionarlo. Onde per cui Sigi non può altro che rifiutare l’offerta.
Per ridurre il debito, così come imposto dall’avvocato statunitense, i soci di Sigi dovrebbero mettere sul tavolo la differenza tra quello richiesto da Tacopina e quello proposto dal Comune di Mascalucia, circa 3 milioni di Euro. Ma Sigi, come spiegato in un nostro articolo di qualche giorno fa (clicca qui per approfondire) è allo stremo delle risorse finanziarie. Praticamente non può coprire. Allora prende tempo, l’unica strada a sua disposizione, e cerca una, a bocce ferme improbabile, risoluzione con Mascalucia.

Il rischio economico-finanziario

Per Sigi vi è un rischio enorme nel mettere altri capitali rappresentato dal fatto che se non si arriva ad un accordo con il Comune di Mascalucia e l’Agenzia delle Entrate entro fine febbraio, ogni sforzo fatto ora può rivelarsi solo dannoso per i soci (e per le loro aziende) che molo probabilmente dovrebbero arrendersi dinnanzi a tale valanga debitoria che sarà aumentata di circa 4 milioni di euro, dovute alle spettanze con i giocatori (con possibile proroga a maggio previo accordo con i giocatori) e oneri, i quali sarebbero a carico di Sigi in caso di mancato closing. Appare quindi come una mossa sensata da parte dei soci, soprattutto quelli piccoli, non mettere ulteriori capitali ora all’interno di Sigi e inseguire i loro soldi, visto che quest’ultima è una figura a se stante.

L’esposizione finanziaria di Nicolosi

Gaetano Nicolosi è l’azionista di maggioranza, il più esposto finanziariamente e quindi con  interessi a non fare fallire Sigi. Nella società il suo supporto ad oggi equivale a 2,3 milioni di euro, pari alla somma degli utili negli ultimi due anni della sua Nicolosi Trasporti. In caso di default, l’imprenditore etneo perderebbe tutta la somma ad oggi investita. Per questo motivo avrebbe dato una disponibilità pari a 600 mila euro, pari a circa 8% del patrimonio netto della sua azienda.
Non dobbiamo però a questo punto escludere a priori l’ipotesi fallimento, che si augura possa essere scongiurato, ma resta sempre uno scenario possibile. In questo caso il Catania seguirebbe le orme del Parma e soprattutto del Palermo.

Il caso Palermo e la differenza di Torre del Grifo

Il club rosanero, dopo il fallimento, è partito dalla Serie D azzerando tutti i debiti. La nuova società al 30 giugno 2020 ha fatto segnare una perdita di esercizio (differenza tra cosi di gestione pari a 4,5 milioni e ricavi 3,5 milioni per la stagione 2019/2020), pari a un milione di euro. Perdita dovuta in gran parte alla pandemia che ha tenuto il Renzo Barbera chiuso e i botteghini a secco per gran parte della stagione agonistica. La stessa cosa potrebbe accedere al nuovo Catania, che costerebbe a Tacopina molto meno della buona uscita ai soci Sigi e della montagna di debiti accertati da pagare, ad oggi 63 milioni di euro. Vi è da tenere conto anche di Torre del Grifo, il gioiello costato più del doppio di quello juventino di Vinovo, e con 22 milioni di euro, compresi nel debito, di mutuo da pagare e comunque acquistabile all’asta in caso di default.

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