Catania, prime sensazioni di “gialla”, sapida normalità

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Foto di Nico Musumeci

Ieri, a Catania, in molti hanno avvertito l’odore del mandorlo in fiore: il sole caldo e il primo pranzo sabatino al ristorante, dopo mesi di weekend reclusi in casa fra lieviti e Bimby, hanno conferito alla giornata un sapore di primavera vivace e precoce.

Dal canto mio, ho prenotato a inizio settimana per assicurarmi un tavolo da tre presso uno dei miei ristoranti preferiti al porticciolo di Ognina, dove difficilmente avrei tollerato di non potermi sedere per ricordare che sapore ha un piatto curato di linguine al nero di seppie con polpa di ricci.

La sensazione di costrizione imbottigliati nel traffico, striminziti nella folla di auto chilometrica al lungomare per andare a pranzo, lungo viale Ruggero di Lauria, non è stata consueta: restare immobile, col finestrino aperto e gli occhi lucidi per i fumi dei motori e il caldo inusuale, inasprito dalla mia ecopelliccia, mentre osservavo la gente passeggiare sui marciapiedi col blu brillante del cielo e del mare a fare da sfondo, con le giacchette di jeans a spodestare i piumini (spero, cruelty free), indispensabili durante i giorni della Merla scorsi, aspettando che scattasse il verde, è stato eccezionalmente bello.

Quando con i miei cari sono arrivata al porticciolo dove, nelle perle di remota normalità, ho mangiato le prelibatezze più buone di sempre, i posti a sedere rimasti erano solo i nostri. In condizioni di estrema sicurezza, i coperti erano occupati da cittadini di buon umore che bevevano il loro calice di vino e sceglievano la loro pietanza: paccheri con ragù di calamari e lamelle di mandorle, polpo grigliato su gazpacho di pomodoro e stracciatella, piccoli arancinetti d’entrée e grigliata di pesce fresco su macco morbido.

Ci accomodiamo anche noi e mi rendo conto, man mano, che perfino le attese allungate dai piccoli, fisiologici ritardi connessi alla giornata particolare non pesano affatto. Anzi, regalano il piacere di stare riguadagnando il tempo.

La paura è che questo principio di ritrovata serenità duri, nuovamente, troppo poco: il tempo di un brindisi, prima di ripiombare in un’ennesima chiusura discutibile e discriminatoria nei confronti di alcune categorie.

La paura l’ho letta chiara negli occhi dell’anfitrione che ci ha accolto all’ingresso, al momento in cui ho pagato il conto: l’imprenditore, il papà, il cuoco, il giocatore d’azzardo, il sognatore. Tante vite e un volto solo: quello di colui che non sa quanto sia sufficiente avere spalle larghe contro il gigante della sordità istituzionale.

“Io sono figlio dell’acqua e del vento

Del sole che ha spento ogni antica ferita

Io sono figlio del grande incantesimo

Il grande incantesimo della vita”

(Renato Zero, Il grande incantesimo)

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