L’importanza degli spazi aperti per le menti dei bambini

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Crediti foto: www.storiemeneghine.it

di M.C.

Non mi era mai successo, prima di quest’anno, di assistere alla nascita di una celebrazione commemorativa. Nei giorni scorsi, per la prima volta ed insieme a tutti i connazionali, ho visto da vicino la commemorazione numero 1 per le vittime causate dal Covid 19. Anche se  avrei voluto fosse un altro, il tema su cui scrivere e chiacchierare per una celebrazione agli esordi.

Cos’è cambiato, in un anno di pandemia? Tanto, ma anche niente. Penso ai bambini: più stanchi, isolati, soggetti a mal di testa da mascherina e bulimia da luoghi chiusi. Ma anche a peggioramenti psichici, generati dal timore e dall’incertezza di un periodo tutt’altro che atteso. Il 15 marzo scorso, quando l’Italia si è tinta di viola per ricordare le vittime dei disturbi alimentari, la dottoressa e presidente della IV Commissione consiliare Sanità della città di Catania, Sara Pettinato, ha dichiarato a Freepressonline quanto amara sia la realtà di chi soffre di disagi legati al cibo, fra cui si è visto un aumento netto dei più giovani, a causa della mancanza attuale (speriamo, breve) di socializzazione e isolamento.

Una mattina recente, dopo il cambio dell’ora a scuola, ho trovato alcuni dei miei bambini piangere dentro la classe: i miei alunni sono vivaci e rumorosi; così, il sovrapporsi acuto delle loro voci e dei loro piagnistei, mentre cercavo di capire quale fosse il problema, mi ostacolava nel cogliere chiare le ragioni di quei lamenti. Facendo un puzzle paziente con i loro verbi, sostantivi, complementi disordinati, sono riuscita a cogliere l’essenza della questione: A. era stata pesantissima con la sua compagna di classe J., a cui aveva insultato un familiare prima che arrivassi io. L’aveva fatto con una cattiveria noncurante, gratuita, che non ti aspetti da un bambino, almeno fin quando non la testi. Da lì, gli altri compagni si sono immedesimati negli insulti subiti da J. e stretti a suo favore, contro la “cattiva” A.

Invano ho tentato di farli studiare, per quasi due ore, con acrobazie da saltimbanco abbastanza malriuscite, per riportarli al programma ministeriale e agli esercizi di listening comprehension. “Prof., andiamo fuori in cortile, solo un quarto d’ora?”, “No”, rispondo piccata, “Ancora dobbiamo finire pag. 71, 72 e 73 e il video in inglese de La Bella e la Bestia.” E giù tutti, a piangere di nuovo.

Comunque, riesco a finire, fra la fatica gli insulti che i ragazzi si tirano a vicenda, la parte didattica odierna. Annuncio perciò l’uscita in cortile e i ragazzi si fanno un fiume in piena: di volti mascherati, giubbotti e zaini in spalla di ogni colore, tessuto e dimensione.

Ci rechiamo nel cortile interno, insolitamente vuoto. Maschi e femmine si mischiano per rincorrere la palla, ciascuno tentando di toglierla al compagno attraverso qualche forma di sgambetto. G., uno dei ragazzi più promettenti della prima, non gioca e si siede sulle scale fra lo spiazzo e la palestra poco distante da me, mentre monitoro la classe: “Prof., A. insulta sempre tutti con malvagità, perfino i nostri cani e le nostre sorelle”. “Sì, ma voi un po’ la emarginate. Dì la verità..”, “Noi non la emarginiamo, è solo che lei insulta sempre prima per farsi notare”. Di colpo arriva A., mentre parlo con G. prima dello scampanellio allegro di fine mattinata ed, esitante, si rivolge a me: “Prof., mi ha messo la nota per quello che ho detto?”, “Può darsi di sì”, le dico evasiva. “Le tue parole sono state gravi, non so se ti rendi conto”, “Sì, l’ho capito. Ma me la può togliere per favore? Altrimenti mio papà e mia mamma mi mettono in punizione”, supplica vergognosa e anche un filo ruffiana, con le mani giunte sulla mascherina ad altezza della bocca. “Prima secondo me, dovresti chiedere scusa a J.” Ci pensa un secondo, titubante: “Se lo faccio, mi toglie la nota?”, chiede con gli occhi semichiusi, a causa dei raggi insistenti sul suo piccolo volto bianco levigato. “Intanto vai, poi vediamo”. Su mio suggerimento, A. si dirige verso J., che gioca arrabbiata e storce il muso quando se la vede spuntare di fronte, a intralciare le sue mosse da sportiva. La guarda con spregio, non le parla, ma A. insiste nel porsi davanti, seppur con notevole impaccio. Biascica lettere: “S, s, s.. scusa.” “Sì, scusa!”, sbotta J., “Dici sempre così e poi lo rifai un’altra volta!” Ma, senza volerlo, le due hanno iniziato a giocare con la palla insieme, fra scuse ed invettive, a togliersela e a ripassarsela, a farsi gli sgambetti, a tratti senza parlare, fin quando non suona la campana (era ora). I bambini scappano via, qualcuno scordando lo zaino, qualcuno il giubbotto. Qualche cenno di saluto svelto, buttato lì a casaccio, rivolto a me. La palla, da rincorsa ad abbandonata in un angolo non lontano da un’uscita secondaria.

Ma nessun timore da Covid o smania da cellulare, in quei dieci minuti di aria pura e fresca; nessun rancore vivo, né insulti che rimbombavano fra le mura interne del cortile, come in classe poco prima.

Solo l’eco del sudore di maschi e femmine al principio della conquista della vita, della rivalsa e di un orgoglio da preservare contro chiunque lo colpisca in malo modo.

Poi, un perdono sospeso nell’aria, ad asciugare al sole, pronto per essere utilizzato dopo la prossima partita di fine lezione.

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