Se nella motivazione di una sentenza…

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SIMBOLICA GIUSTIZIA AGENZIA BETTOLINI (Agenzia: DA RACHIVIO) (NomeArchivio: PAV-G1ig.JPG)

Riceviamo e pubblichiamo.

Se nella motivazione di una sentenza, di una sentenza che ha condannato all’ergastolo gli imputati, si può leggere che i difensori, non gli imputati, hanno esercitato il loro ministero difensivo ai limiti del consentito e, addirittura, della decenza per aver tentato di porre
sul banco degli imputati la condotta della vittima o di aver messo in dubbio le dichiarazioni del teste (quasi che l’appartenenza al glorioso Corpo dei Carabinieri assicuri una patente di prioritaria attendibilità, a prescindere), allora c’è bisogno di un viaggio al SUD, nella nostra Sicilia, anzi, a Siracusa.
Si venga qui, a sciacquar i panni nello Jonio, qui, dove la tragedia greca ha forgiato il DNA di intellettuali e giuristi (Ettore nostro, quanto ci manchi!), qui dove la collera e il capriccio di qualsiasi Divinità sono stati costretti a subire il processo della ragione, dove la
forza della ragione compete da sempre con l’emozione e la mera ragione della forza.
Qui, dove il diritto della difesa è diventato archetipo della cultura moderna, dove l’inganno del divino, potente per definizione (a prescindere appunto) confonde e travalica il ruolo e il dover essere di ogni ruolo.
Il processo giusto, il contraddittorio anche feroce e serrato, la difesa nelle mani e nella coscienza di ogni avvocato rappresentano il limite e il fondamento della forza dello Stato di giudicare, accertare e punire. Con severità se certa è la colpa, con misura sempre.
La difesa del diritto di uno è garanzia del diritto di tutti.
La laicità del nostro Stato, della giustizia dello Stato, si fonda proprio sulla forza dei fatti, a prescindere da precostituite patenti di attendibilità e credibilità rese manifeste da divise, toghe o abiti talari, di qualunque foggia.
Il difensore è sempre l’ultimo: l’ultimo a restare accanto all’imputato, al reo o all’assolto, l’ultimo a prendere parola, a prendere sonno nell’angoscia del verdetto finale.
Il difensore, per esser tale, non deve consentire a nessuno di poter ergersi a credibile soggetto processuale solo in virtù di pubbliche funzioni o servizi, se da quelle parole, dalla credibilità di quelle parole dipende la vita, l’esistenza del soggetto che la sua, di Vita, gli
ha messo in mano. Gli ha affidato.
I Colleghi che in quel processo hanno vestito la toga del difensore lo hanno fatto perché la Verità, quella che si può umanamente accertare, possa sfuggire al capriccio ed alla prevaricazione della divinità del luogo comune, del sentire comune, foss’anche di tutta
l’opinione pubblica.
Lo hanno fatto anche per ogni collega che veste la toga in questa nostra terra, dal Sud al Nord, rivendicando il diritto di poter mettere in dubbio la ragione della forza, a costo di mettersi contro il divino (con la minuscola, ovviamente).
Per questo, le Camere Penali del Distretto della Corte d’Appello di Catania, di questa terra dove la forza della ragione lotta da secoli con la ragione della forza, ci stringiamo ai colleghi perché la loro Storia diventi la Storia di tutti.

CAMERA PENALE DI CATANIA “SERAFINO FAMA’”, CAMERA PENALE “PIER LUIGI ROMANO” DI SIRACUSA, CAMERA PENALE DEGLI IBLEI, CAMERA PENALE “GIORGIO ARCOLEO” DI CALTAGIRONE

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