Sigi, in bilico il futuro di Giovanni Ferraù

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Ripercorriamo la gestione di Sigi e analizziamo qualche dichiarazione saliente del suo presidente Giovanni Ferraù nell’ultimo anno.

Era il 23 luglio del 2020 quando un popolo festante acclamava come eroe, all’uscita del Tribunale di Catania, Giovanni Ferraù, presidente di Sigi che aveva appena acquisito la proprietà del Calcio Catania. L’avvocato, con tanto di sciarpa del Catania al collo disse: “Finalmente parliamo di calcio. Basta parlare di numeri e basta con i tribunali!“. L’illusione dura poco. La verità è che si è parlato da subito di numeri, bilanci compravendite mai avvenute e contratti preliminari (addirittura firmati due volte, una alla presenza del sindaco Salvo Pogliese).

Ma facciamo un piccolo passo indietro. La Sigi inizia la sua gestione con una colletta, in altro modo non la si può chiamare, quella della Card 11700. Bruttissimo biglietto da visita, di cui si sa poco, ma mostra da subito la debolezza economico-finanziaria della compagine. I debiti, misteriosamente da 54 milioni circa salgono di 9. Lo dice lo stesso Ferraù, che non smentisce il 24 luglio l’esistenza di movimentazioni quantomeno anomale e non smentisce la collaborazione con gli inquirenti a delle indagini. Ferraù dice di più: “Ci sono due stanze sigillate dalla Guardia di Finanza con dei documenti”. Nonostante tutto non si molla un millimetro, anzi dal CdA di Sigi viene deliberato un aumento di capitale da 55mila euro a 8 milioni. Si arriva a 5,7 milioni che servono a sovvenzionare il Catania (lo scrive nella nota integrativa al bilancio del Calcio Catania al 30 giugno 2020 l’Amministratore Unico del Calcio Catania Nico Le Mura). I soldi ovviamente terminano e se non fosse per gli 800 mila dollari di Tacopina, probabilmente non si sarebbe finita nemmeno la stagione scorsa.

Ferraù parla di closing con il Tycoon (Tacopina Ndr.), mai avvenuto. E ancora: “Abbiamo raggiunto l’accordo con il Comune di Mascalucia!”, peccato che il sindaco Enzo Magra non ne sapesse nulla. E poi ancora: “Tutto fatto con l’Agenzia delle Entrate”. Anche qui ci sono somme che ballano e Palermo dice che con 8,7 milioni si può chiudere. E “il tutto fatto” squaglia come neve al sole. Mancano le finanze esterne a garanzia. Lo stesso con Mascalucia: ci vuole una fideiussione, imposta (giustamente ndr.), dal Consiglio comunale con un emendamento. Ma Sigi soldi non né ha più. Quindi accordo “a mollo”, non se né parla più e ai giornalisti insistenti che chiedono (Giovanni Finocchiaro de “La Sicilia” Ndr.) si risponde: “Vedremo dopo”.

Fino a questo momento non né azzecca una Ferraù. Dispiace dirlo ma sono dati di fatto accertati. Ma la cosa che dispiace di più è che durante una conferenza stampa, quella del 24 luglio, lo stesso Ferraù a una mia specifica domanda sulla trattativa con Francesco Russo Morosoli risponda: “Noi non mettiamo condizioni alla vendita del Calcio Catania”. Ma come? I fatti, invece, sarebbero andati diversamente. Federico Lo Giudice, direttore di Unica Sport, riferisce che invece delle condizioni siano state dettate, proprio da Ferraù. “La sera prima dell’ incontro con l’entourage di Morosoli, l’avvocato Spataro porta, agli avvocati di Morosoli, la richiesta di 2,3 milioni di euro, per cedere il 51% delle quote del club. La sera dell’incontro Ferraù richiede 5 milioni per le stesse quote societarie”.

Sigi, quindi, valuterebbe il Calcio Catania 10 milioni di euro. Durante la trattativa con Tacopina, che a detta di Ferraù doveva dare 1 milione per il 15% della società, la valutazione era di 6,7 milioni di euro. Un innalzamento delle pretese inspiegabile, visto che nel frattempo si è andati avanti con una colletta (la seconda della serie). Ciò mostra che, però, Sigi le condizioni di vendita le detta eccome, al di là delle parole dell’avvocato in conferenza stampa del 24 luglio. In questa data Ferraù è impossibile che non sapesse dell’arrivo del pignoramento che nei fatti ha bloccato i pagamenti delle spettanze federali previste il 2 agosto, visti i termini di legge previsti per eventuali opposizioni. In caso contrario licenzi Augello.

In quest’ultima fase, salta all’occhio come Gaetano Nicolosi, il socio più esposto di Sigi, con oltre 2 milioni di euro investiti (e quindi con maggiori interessi a non fallire ndr.), non abbia coperto con un assegno e che il tanto sbandierato investitore locale, non abbia mosso un dito. Ferraù sembra più solo di quanto voglia fare credere e la sua posizione appare quantomeno traballante. Almeno in teoria, perché le vie del Signore sono infinite e legate mani e piedi con i maltesi. A proposito: giorno 14 scadono i 20 giorni enunciati da Ferraù il 24 luglio, ma prima c’é Lidia Greco (magistrato che fa parte della Giunta Esecutiva Sezionale dell’ANM di Catania, eletta nella lista “Partecipazione e Rappresentanza“), chiamata, giorno 10 agosto, a esprimersi sulla richiesta di sequestro conservativo di 3,3 milioni di euro avanzata dalla curatela fallimentare della Catania Service Srl, società controllata dal Calcio Catania e fallita il 29 settembre del 2020 dopo 8 settimane di gestione Sigi.

Infine l’ultima: come è’ possibile che Ferraù non sapesse della fideiussione aggiuntiva per il superamento del tetto ingaggi? Un mistero che l’avvocato deve spiegare alla città e ai soci Sigi.

 

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