“Chiesa, dove sei?”, fra gli interrogativi più frequenti da parte della comunità, trattati da Vittorio Rocca

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Vittorio Rocca. presbitero della diocesi di Acireale e docente

Vittorio Rocca, docente di teologia morale e referente per il cammino sinodale diocesano è un uomo profondamente interessato al ruolo del cattolicesimo all’interno della società di oggi. Un contesto, quello sociale odierno, che cambia volto in modo repentino, inafferabile, innegabile. All’interno di questa cornice non è chiaro il ruolo della Chiesa, spesso vista con diffidenza.
Proprio all’interno di tale realtà frammentaria, il Sinodo acquisisce il compito fondamentale di avvicinare le persone verso l’unico approccio possibile verso la vita: amarsi ed amare, con attenzione e spirito di carità.
Questo tema viene trattato all’interno del volume “Chiesa dove sei?” scritto da Rocca insieme a Valentino Savoldi, missionario e professore in cui la famiglia, la ricerca di se stessi, la lotta per la vita spirituale basata sulla concretezza dei gesti sono solo alcuni degli aspetti fondamentali per un percorso tangibile verso il Bene, da parte dei rappresentanti della Chiesa e delle persone tutte. 

Si parla tanto di cammino sinodale, soprattutto dallo scorso Ottobre. Cosa si intende per Sinodo e qual è la sua utilità nella società odierna?

Si tratta di una parola dalle origini molto antiche, che stiamo riscoprendo di recente. Sinodo significa “Chiesa” ma anche “Concilio”: quindi assemblea, ritrovarsi insieme come popolo. La bellezza del camminare insieme come Chiesa è un principio che Papa Francesco ha fortemente richiamato in questi anni, spronando tutti i fedeli a mettersi in cammino per riscoprire la bellezza dell’essere comunità.

A proposito: nel testo c’è un passaggio su Papa Francesco che afferma “Il cammino della sinodalità è la strada che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio”. Qual è la Chiesa del Terzo Millennio?

Quella che riusciremo a costruire. Ma il sogno deve fare strada affinché la Chiesa diventi sempre più una casa abitabile, un luogo dove sentirsi a proprio agio. Ecco perché il Papa afferma che la chiesa del Terzo Millennio o sarà sinodale oppure, semplicemente, non sarà.

Su quali ambiti deve lavorare la Chiesa per sciogliere i pregiudizi che la screditano?

Secondo me, deve semplicemente ritornare al Vangelo. La Chiesa non esiste, di per sé. La Chiesa è uno strumento per incontrare Gesù. Quindi, un prolungamento di Cristo stesso che i suoi componenti devono tornare ad annunciare e testimoniare, tentando di essere credibili nel loro insegnamento. Ciò è possibile dimostrando amicizia e fraternità anche nei confronti di coloro che non credono o la pensano diversamente. La Chiesa non salva nessuno. È Gesù Cristo che salva e che può salvare attraverso la Chiesa.

Come si impartisce l’educazione all’amore in un mondo sempre più globalizzato e distante dagli affetti e dai valori fondamentali?

Ognuno di noi ha sete d’amore. Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati e amare a nostra volta. Però capita che ci si possa sentire confusi e disorientati; oppure, si scambia l’amore per altro. È allora che riscoprire ciò che siamo ripartendo da noi stessi, diventa essenziale. Uno dei compiti della Chiesa è proprio quello di accompagnare le persone, soprattutto i più giovani, a capire che cos’è l’amore per uscire fuori dal proprio egoismo.

Da un paio d’anni a questa parte, insieme al Covid si è accresciuto l’interesse nei confronti della scienza: come si conciliano l’anima spirituale con la parte razionale dell’uomo?

Non sono due aspetti in contraddizione: per chi crede, la ragione proviene da Dio. Quindi la fede non è degli irrazionali e non è contro la ragione; semplicemente, la fede va oltre la ragione. Ciò che la logicità non riesce ad afferrare, a spiegare, a comprendere viene colmato dalle risposte della fede. Credere non è superstizione ma, per noi fedeli, c’è qualcosa di più grande oltre quello che tocchiamo.

C’è un passaggio del libro che lei ha scritto a quattro mani con Valentino Savoldi sulla testimonianza di fede di Etty Hillesum, scrittrice olandese ebrea vittima dell’Olocausto, in cui si evince che non si può incolpare il Signore dei mali dell’umanità. Chi lo fa sbaglia?

Questa ragazza, nel pieno della persecuzione nazista, ci fa comprendere cos’è la fede. Quella che crediamo tale è spesso una credenza infantile: Dio non è un tappabuchi o un risolutore di problemi, che incolpiamo se le cose non vanno come pensiamo. Etty ci fa capire chiaramente, dal contenuto del suo diario, che non dobbiamo aspettarci l’aiuto automatico da Dio: è Lui che ha bisogno di noi. La questione non è, quindi,“dov’è Dio?”. Il problema è “dov’è l’uomo?”. Prima Etty era una non credente che, dopo, trova Dio dentro di sé. Lo trova nel suo intimo come una luce che la illumina il destino nelle tenebre più oscure, come un campo di concentramento nazista.

È fra le cose più difficili non lasciarci influenzare da ciò che ci viene fatto..

Non è facile, spesso ci lasciamo trascinare da ciò che è negativo e ci scoraggiamo, ci stanchiamo; invece dovremmo essere sempre pronti a vincere le tentazioni di scoramento.

I genitori hanno un ruolo cardine verso i propri propri figli nella scoperta del proprio “Dio interiore”. Stanno svolgendo bene il loro compito, in questo momento storico-sociale? Parroci, vescovi, diaconi sono abbastanza incisivi nel contatto con gli adulti per far capire loro quanto sia importante il compito che ricoprono?

Parroci, preti e insegnanti sono di appoggio in questo compito.
Essere genitori è il “mestiere” più difficile del mondo, visto che i figli dai genitori si aspettano la perfezione e la soluzione a ogni loro problema. Io ho tantissima ammirazione per i genitori, che non possono essere perfetti. I genitori sono “in cammino”e forse, oggi, il percorso è ancora più difficile: in passato c’era un senso di autorità molto forte e i figli obbedivano anche se poco convinti di farlo. Oggi non è più così, perché un genitore l’attenzione se la deve conquistare grazie alla sua autorevolezza. Quindi, quello che mi sento di raccomandare ai genitori è di cercare di essere autorevoli, senza pensare di fare gli amici dei propri figli. I ragazzi di amici ne hanno tanti e se li scelgono ma i genitori sono solo due, quando si ha la fortuna di averli.

Il quarto capitolo si intitola “Quella Chiesa che tutti noi sogniamo”riferibile alle istituzioni cattoliche come luoghi di rinnovamento. Cosa la Chiesa deve cambiare, esattamente?

Proprio in questo capitolo portiamo l’esempio, io e Valentino Savoldi di Chiesa come “fontana del villaggio”. Quando non c’era ancora l’acqua in tutte le case bisognava andare ad attingere l’acqua alla fontana comune: ecco, è questo che noi pensiamo debba essere la Chiesa. Il Papa ha parlato di “ospedale da campo” dove tutti coloro che hanno ferite e problemi possano trovare ascolto: è quella la Chiesa che noi sogniamo.

Come si cura la Babele all’interno della Chiesa?

Ritornando a Pentecoste. Babele, nella Bibbia è la città dove si confondono le lingue, in cui c’è la completa incomunicabilità. La Pentecoste è l’esatto contrario: quando scende lo Spirito Santo tutti capiscono e si comprendono, pur essendo diversi popoli con lingue differenti. La Pentecoste è l’anti-Babele, cioè la Chiesa che ascolta lo Spirito Santo e parla l’unico linguaggio comprensibile a tutti i popoli: quello dell’amore. Se invece seguiamo altre logiche sorgono rivalità e gelosie che danno un’immagine di Chiesa distorta e non corretta.

Vi è un passaggio sostanzioso su don Pino Puglisi, alla fine del volume: reputa coraggiosa la Chiesa di oggi nello svolgimento della sua missione sociale ed evangelica?

Io credo proprio di sì: don Pino Puglisi è un esempio eclatante ma fortunatamente non è un l’unico. Nel testo si parla del martirio di un parroco, non un parroco anti-mafia un servitore di Dio come tanti altri, che vive la sua missione nel quartiere: a Brancaccio mancava la scuola media ma lui fece di tutto perché vi fosse, per evitare che i ragazzi diventassero manovalanza della mafia. Al processo il sicario che l’ha ucciso ha affermato di averlo fatto perché martellava con le sue parole e toglieva i ragazzi dalla strada. Ma è quello che tanti preti e tanti cristiani fanno nel silenzio della quotidianità. Purtroppo, don Pino ha pagato con la vita.

In che modo fedeli e non credenti possono approcciarsi alla realtà quotidiana con una mentalità sinodale?

Impegnandosi di più ad ascoltare il fratello vicino: la prima fase del cammino sinodale è quella dell’ascolto, nel senso di stare sempre attenti agli altri, di accorgersi di loro. Se c’è una cosa che oggi, davvero è diventata terribile è l’indifferenza: siamo diventati sempre più freddi e diffidenti, ci chiudiamo nel nostro individualismo, non vogliamo essere disturbati e stiamo ben attenti a farci i fatti nostri. Ciò viene scambiato per rispetto ma il confine col menefreghismo è labile.
Una Chiesa sinodale è una realtà fatta di persone pronte a donare il proprio tempo. E il tempo, per chi ancora non l’avesse messo a fuoco, è la cosa più preziosa che abbiamo. Camminiamo come in una carovana, tutti insieme: forti, deboli, veloci, lenti, bisognosi.

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