Arte ad Acireale con le opere inedite della poetessa siciliana Maria Bella Calabretta

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Attraverso la mostra “L’insulae chroma / isola di mare”, abilmente curata dal maestro Calusca (Luca Scandura), artista ed esperto tra i più apprezzati in Italia, e realizzata negli spazi dell’ex Collegio “Santonoceto”, sarà possibile scoprire, fino al 18 settembre, le “inedite” e suggestionanti visioni pittoriche della scrittrice.

Ha aperto i battenti nei giorni scorsi al Collegio “Santonoceto” di Acireale la “vernissage” di Maria Bella Calabretta, dal titolo “L’insulae chroma / Isola di mare”, curata nei dettagli dal maestro Calusca, al secolo Luca Scandura, artista di fama nazionale ed esperto di chiara fama in Italia e all’estero. La manifestazione è organizzata dall’associazione Kdiem, presieduta da Nello Castorina, ed è stata introdotta dall’intervento di Rita Caramma, giornalista e scrittrice acese, nel corso di una cerimonia alla quale è intervenuto anche il sindaco di Acireale, ing. Stefano Alì. Una quarantina le opere che resteranno in esposizione sino a domenica prossima, dalle 18,30 alle 21, raffiguranti in prevalenza il paesaggio siciliano. Di seguito, la nota illustrativa del maestro Calusca relativa alla mostra.
«La bambina che era dentro di me non è mai morta; ascolto sempre la sua voce, accetto le sue paure e le sue debolezze e cresco con lei, arricchendomi interiormente ogni giorno».
(in Maria Bella Calabretta, Ectoplasmi, Ink Well edizioni, 2013, p. 60)

Entrare nell’isola creativa di Maria è stato come essere invitato, in un afoso meriggio d’estate, a degustare un tè caldo nel salottino invernale di un’eccentrica bimba o meglio, essere l’ospite atteso da un’elegante donna che alla fantasia con saggezza si è certamente arresa. Proprio così, all’interno di una nuova insula – evoluzione storica delle vecchie “insulae” romane – tra solai, scale e pianerottoli interposti tra noi, ho scoperto l’esistenza di quella “voce”. Tra i corridoi e le stanze gremite ho trovato la Nostra Terra/casa e il suo racconto emergere chiaro ed essenziale, sia in parole che in immagini assumendo, di volta in volta, toni di pura verità e onestà affidandogli sembianze umili, semplici, primitive e per questo spesso potenti. Ed è nel paesaggio che ha il suo principale sfogo quella “trasgressione quotidiana” che per Maria Bella Calabretta funge da scudo alle avversità dell’esistenza. La creatività e la pittura (ma anche la scrittura) le consentono di evadere all’attualità cedendo il passo all’istinto che, ingordo, restituisce agilmente su carta o tela l’istante di uno scorcio, di una visione o emozione. Da qui la sua Etna contemporanea del trittico del 2013, dal titolo “Mungibeddu” – proprio a volerne sottolineare la paternità vernacolare – in cui il magma liquido dell’acrilico struttura, nell’assorbimento, le tre disinvolte composizioni e il gesto, in totale sinergia col chroma, assegna a ciascuna un dinamismo da graffito contemporaneo (appunto), attraverso il quale lava e fumo si muovono, si sfiorano, si “baciano” tra cielo e terra. Lo stesso può dirsi per le altre versioni: “Valle del Bove ” (2013), “A Muntagna” (2015) e per le più incandescenti: “Etna” (2020), pura dichiarazione di una “estasi” informale, e la coppia “Inferno di fuoco” e “Case in fuga”, entrambe memorie postume dell’eruzione del 2002 (credo), realizzate nel 2022 con un linguaggio espressionistico fortemente attuale per sintesi contenutistica, chiarezza formale e forza cromatica, che ne fanno delle archetipiche allucinazioni apocalittiche: orrifiche battaglie, devastazioni, fuoco e sangue, diaspore, urla di aiuto: guerra purtroppo contestuale al testo. Decisamente più sereno e pacificante è, invece, lo scenario raccontato nell’opera “Natura divina” (2012), lo stesso titolo ne restituisce l’intenzione. A volo d’uccello ci addentriamo in un paesaggio naturale, forse una fantasmagoria, tra colline verdi e specchi d’acqua, ruscelli e castelli azzurrati, come a volerne raccontare, sottolineare l’impronta mistica della propria bellezza. Ed è qui, in questi paesaggi e nel consapevole e maturo uso del colore che troviamo possibili riferimenti ad alcuni artisti acesi, certamente conosciuti e studiati da Maria, come Salvatore Gordon Grasso (Acireale, 1927 – 2001), Maria Leonardi Pennisi (Acireale, 1920 – 2005) e Mara Bartoli (Catania, 1936), quest’ultime avute anche come insegnanti.

 

Gli impasti esuberanti del pigmento, le magiche sospensioni atemporali, l’immediata lettura del soggetto e del suo tessuto realistico sono certamente elementi espressivi appresi attraverso l’approfondimento e lo studio di questi maestri, poi modulati su una sensibilità altra, magari non professionistica ma comunque viva e sincera nel suo pieno manifestarsi. Come lo si percepisce nelle “Colline verdi” (2011), una delle tele di formato più ampio in cui i riferimenti strutturali e compositivi alla Bartoli (magari più presenti nel ciclo delle Etne e nelle “marine” informali, come nel cartone “Correnti / riflessi” del 2019) e soprattutto al Grasso del “Monte Tauro” o del “Circo Massimo ” – acrilici su tela, rigorosamente cm 120 x 100, rispettivamente del 1983 e 1986 – sono più evidenti, in cui le campiture piatte dai toni puri associate al gesto nevrotico, oscillante, fluido restituiscono l’essenza del dato naturalistico, aggredito per trasfigurarne l’insita umanità. Com’è palese nell’involontario (suppongo) riflesso della tela del Grasso del 1987, dal titolo “Mattanza a Ganzirri”, con la succitata “Valle del Bove” della Nostra Maria. Assonanze, tutto qui! Le stesse che troviamo in altre sue opere: “Tramonto” (2011), “Il mare” (2018), fresca ricognizione di un moto e del suo irruento soverchiare, cancellare le forme dando spazio all’immaginazione. O, ancora, come la piccola tela “Scogliera”, del 2015, dialoghi perfettamente, almeno strutturalmente, con la “Piazza Cutelli” della Leonardi Pennisi, realizzato nel 1971, oppure, più vagamente, con la tela “Monumento al mulo”, del 1984 del sagace Gordon Grasso. Ma l’originalità sta nell’intuizione, lì dove l’insula, quella piccola regione cerebrale in cui si annida la nostra coscienza, sprigiona le nostre emozioni e nella quale dimora quella sorgente magica, madre dell’empatia, che colmando di sensazioni e reazioni la nostra quotidianità ci rende vivi.

 

Ed è proprio così, tingendo di esaltata vitalità tutto ciò che il corpo partecipa e tocca che avviene la magia, che si concretizza la buona pittura in “fantastica” poesia: “Scogliera (notturno)” (2011); in euforica frenesia: “Vortici” (2002); in inedite, personali apparizioni: “Teste di scena” (2000), “I due clochard” (2000 ca.). Già con quest’ultime due opere, come col ritratto “Melanconia” (1995 ca.), il viaggio artistico di Maria aveva ormai captato la rotta da seguire, magari attraversando correnti divaganti (giocose sperimentazioni), ma certamente mantenendo la direzione sulla matrice dell’essenza, della purezza formale e, perché no, anche per mezzo di un primitivo euforico divertimento! «L’energia della mente è l’essenza della vita», scriveva Aristotele, e con Maria Bella Calabretta ne abbiamo una palese testimonianza: nonostante il tempo trascorra inesorabile, la sua vitalità resta immutata e con la fantasia saggiamente tramandata.

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