Sicilia, rilancio sostenibile dell’agricoltura? Faraci: “Sì. Con la buona impresa romantica”

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Sicilia vigne

«In Sicilia, lo stato generale non è ottimale. Si parla di piccolo segno di ripresa ma c’è una carenza della domanda di mercato. Pandemia e post pandemia, guerra in Ucraina, rialzo del prezzo delle materie prime e inflazione stanno rendendo molto difficile la vita delle imprese. I costi aumentano e i ricavi diminuiscono». A dirlo il professore Rosario Faraci, intervistato dal nostro giornale sullo stato di salute dell’impresa agricola siciliana.

L’Istat rileva aumento +1,1% del Pil nazionale per il secondo semestre e andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto di industria pari a +1%. L’agricoltura, però, registra una diminuzione dell’1,1%.

La realtà relativa alle imprese siciliane comunica una situazione drammatica: report negativi, partite IVA chiuse o mai avviate per l’eccessiva tassazione, politiche agricole non sempre mirate e scelte poco sostenibili costellano il frastagliato scenario dei casi di buona impresa.

«In agricoltura – prosegue il giornalista e docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Catania, Faraci – abbiamo produzioni di nicchia ben fatte che non generano grandi numeri nell’impatto sulle variabili economiche, quindi sul Pil, ma sono sicuramente esempi di buona impresa che va sul mercato, soddisfa le persone, da lavoro. Tra i casi interessanti: la Carota Novella di Ispica IGP, i grani antichi, la considerevole piantagione di riso biologico nella piana di Catania di Agribioconti’».

Malgrado il quadro critico, la Sicilia vanta produzioni d’eccellenza, testimonianze di innovazione e distribuzione su circuiti nazionali ed esteri.

«Un fenomeno sociologicamente interessante è il ritorno alla terra di persone laureate che hanno fatto esperienze fuori. Su questo versante, l’agricoltura siciliana sta avendo dei risultati buoni negli ultimi dieci anni. Aziende fresche e innovative sul mercato, di chi ha detto “torno in Sicilia” o “resto in Sicilia” e lo faccio con standard alti. Passanisi è un esempio».

Vigneti e campi siciliani simbolo di rinascita rilevati da nuove generazioni di agricoltori divenute palato vigile delle nuove tendenze, coniugando potenzialità della nostra terra con sperimentazione. Come Sicilia Avocado, leader di settore per la frutta subtropicale, fondata a Giarre da Andrea Passanisi, produttore anche di caviale d’agrumi made in Sicily, il finger lime d’origine australiana.

Sulla valorizzazione del prodotto, in considerazione di fattori quali l’effettiva aspirazione della politica di investire nelle imprese locali, Faraci spiega:

«Oggi, chi vuole fare impresa ha l’incentivo per iniziare, non ci sono grandi difficoltà con le agevolazioni e i programmi speciali dedicati all’agricoltura. Il salto dimensionale che si fa, poi, dipende da fattori come le capacità dell’imprenditore, anche di rischiare e la rete che è stato in grado di sviluppare. La politica deve creare condizioni, non sostituirsi all’imprenditore.

Italia Diseguale, ultimo rapporto della Fondazione Ebert, rappresenta quattro Italie. La Sicilia appartiene alla quarta, ovvero alle regioni svantaggiate con importanti sfide strutturali. A sua volta, la quarta, il Sud, si presenta al suo interno con tre Mezzogiorni diversi. La Sicilia, con la sola eccezione della provincia di Messina (classificata come arretrata ma con possibilità di sviluppo), rientra fra le regioni dipendenti che contano molto sulle risorse naturali e culturali, in altri termini che dipendono fortemente dalle attività dell’agricoltura e del turismo. Che questa sia una narrazione dominante oppure il risultato di prime indagini empiriche lo vedremo strada facendo. Tuttavia, qualche dato c’è: la percentuale di lavoratori nel settore agricolo sul totale dei lavoratori in provincia di Ragusa è del 25,5%».

Simbolo di tale rinascita, eventi come ViniMilo, longeva rassegna dedicata alla cultura vinicola dell’Etna. Adesso in corso con un focus sull’Etna bianco superiore DOC, prodotto a Milo. In cinque anni, un notevole incremento dell’imbottigliamento con 19 aziende locali attive.

«ViniMilo, ormai di richiamo, è cresciuto molto: investono istituzioni, sponsor e aziende. Milo si identifica per questo». Eventi del genere sono utili «se strumento di marketing del territorio che consente di fare rete fra gli operatori e importanti nella misura in cui faccio agricoltura e turismo sostenibile».

Sostenibilità, innovazione, dunque filiera corta, e valorizzazione: mantra imprescindibili per ripresa e rinnovamento dell’economia. Anche e soprattutto siciliana.

Esiste consapevolezza della necessità di guardare a un turismo sostenibile?

«Ci sono iniziative, sempre ad opera di giovani: sull’Etna, Nebrodi, a Noto, ‘Zash’ nella zona jonica; combinazioni ristorazione-ricettività delle cantine con visite guidate, come ‘Donna Carmela’ nella nostra zona. Ma è un turismo di nicchia e pone un interrogativo: il turismo di massa può essere sostenibile dal punto di vista ambientale? Non per la Sicilia, dove l’offerta più congeniale è di nicchia e dunque per clienti alto spendenti: allora torna ad essere insostenibile, ma questa volta sul piano economico».

La difficoltà più grande per un’impresa siciliana?

«L’infrastruttura: chi fa attività di impresa non digitale ha bisogno di muovere persone e cose. Con il sistema infrastrutturale attuale, si creano costi aggiuntivi impropri. In Sicilia, tra traffico e rete stradale faccio un viaggio in un giorno, se fossi in una condizione ottimale ne farei due. Questo è il vero costo per chi fa impresa».

Qual è la sua idea di buona impresa?

«Romantica. L’imprenditore si integra perfettamente con il territorio e lo salvaguardia dal lavoro, paga le tasse regolarmente e l’impresa è innovativa».

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